All’orizzonte del 2026 si profila una vera e propria tempesta perfetta, tra tensioni geopolitiche persistenti e nuovi rialzi dei prezzi dell’energia, con oro e dollaro destinati a giocare un ruolo chiave nell’evoluzione dei mercati finanziari. A delineare questo scenario è l’ultimo rapporto congiunturale del Centro Studi Confindustria (CSC), che fotografa un contesto articolato e carico di incognite, destinato a riflettersi non solo sull’economia globale, ma anche su quella italiana.
Mercati e materie prime sotto pressione: la situazione globale secondo Confindustria
Il Centro Studi Confindustria, nella Congiuntura Flash di gennaio, fotografa un quadro internazionale sempre più complesso, in cui una serie di fattori sta colpendo contemporaneamente asset finanziari e materie prime, con ricadute dirette sia sull’economia europea sia su quella italiana.
Il primo fronte critico è quello energetico. Il prezzo del petrolio ha interrotto la fase di discesa e, all’inizio del 2026, ha invertito la rotta: a causa dell’attacco di inizio anno al Venezuela, l’oro nero a gennaio si attesta su una media di 65 dollari al barile, con un picco a 69, rispetto ai 63 dollari di dicembre. “Anche il prezzo del gas non scende più (33 euro/MWh, da 28), su livelli più che doppi rispetto al 2019“, sottolinea il report.
Sul piano geopolitico, le tensioni legate alle crisi in Venezuela e Groenlandia hanno alimentato la corsa dell’oro giallo, spingendone le quotazioni su nuovi massimi storici. Dopo una prima fase di rialzi fino ad aprile 2025, e una nuova accelerazione da agosto, il metallo prezioso ha superato la soglia dei 4.000 dollari l’oncia nei mesi finali dell’anno, toccando un massimo di 4.700 dollari a metà gennaio 2026.
A completare il quadro c’è il progressivo deterioramento della fiducia nei confronti degli Stati Uniti. Secondo Confindustria, i dubbi sulla sostenibilità del debito pubblico, le tensioni geopolitiche con altri Paesi e le pressioni sulla FED hanno innescato vendite sui titoli di Stato USA, con relativo aumento dei rendimenti dei Treasury (decennali al 4,29% nel 2025). Sul fronte valutario, la “fuga dagli USA”, ha indebolito il dollaro rispetto all’euro: a gennaio la svalutazione è del 13% su gennaio 2025 (1,17 dollari per euro già a luglio, da 1,04).
Confindustria: economia Italia quasi ferma (con investimenti e PNRR come traino)
Di fronte a questo scenario, l’economia italiana fatica a mostrare segnali di crescita. Nel complesso, il Paese appare quasi fermo e confrontato con diverse tensioni strutturali. Particolarmente colpito è l’export, penalizzato dal dollaro debole: a novembre le esportazioni di beni segnano una crescita minima (+0,2% a prezzi costanti), dopo il brusco calo di ottobre (-3,1%). “Tra le destinazioni: resta debole la Germania, rallenta la Francia, cadono UK e Turchia, virano in negativo anche gli USA; positivi invece alcuni mercati UE (Spagna, Belgio, Austria) e asiatici (India, Giappone)”. Le prospettive di fine anno restano però negative, come indicano gli ordini manifatturieri esteri, frenati da tensioni e incertezze che ostacolano le filiere internazionali.
Anche l’industria mostra segnali contrastanti: a novembre la produzione recupera dopo il rallentamento di ottobre (+1,5% da -1,0%), portando la variazione acquisita del quarto trimestre a +1,0%. Tuttavia, sottolinea Confindustria, a dicembre il PMI manifatturiero ritorna in area recessiva (47,9 da 50,6) “e anche la fiducia delle imprese industriali nei mesi finali del 2025 ha seguito un profilo simile in sali-scendi“. Infatti, l’HCOB-PMI di dicembre è sceso a 51,5 da 55,0, restando in area espansiva ma indicando un rallentamento del ritmo di crescita a fine quarto trimestre. Sempre a dicembre si è ridotta la fiducia delle imprese di beni strumentali e di costruzioni, ma di contro è migliorata la fiducia delle imprese dei servizi e aumenta la spesa dei turisti stranieri, in crescita del 7,3% tendenziale a novembre.
Non mancano infatti i segnali positivi per l’economia italiana, ad esempio quelli dal fronte finanziario. A gennaio il rendimento dei BTP scende leggermente, attestandosi al 3,45%, al di sotto di quello dei titoli francesi (3,47%), pur restando sopra ai livelli spagnoli (3,21%). A sua volta, il credito bancario torna a crescere, anche se il costo per le imprese italiane smette di scendere, fermandosi al 3,52% a novembre, sui livelli di luglio. Guardando invece al reddito delle famiglie, nel terzo trimestre quello totale è aumentato dell’1,8%, ma l’incertezza ha spinto la propensione al risparmio a un nuovo massimo (11,4% da 9,9%), frenando i consumi, che sono cresciuti appena dello 0,1%.
Un ulteriore elemento di sostegno è rappresentato dall’accelerazione sul PNRR, che rafforza la centralità degli investimenti come principale leva per il PIL. “Alcuni indicatori confermano la fase positiva degli investimenti in impianti-macchinari e in costruzioni nel 4° trimestre: il valore dei contratti di leasing (fonte Assilea) è aumentato del 15,2% annuo per l’acquisto di beni strumentali, del 15,7% per le costruzioni“.
In conclusione, l’analisi di Confindustria offre un quadro dettagliato e aggiornato della situazione globale e nazionale, il che potrebbe essere utile per investitori e possessori di certificati. Sul fronte valutario e dei mercati delle materie prime, l’aumento della volatilità di oro, dollaro e commodity potrebbe amplificare le oscillazioni dei prezzi dei certificati collegati a questi asset, accentuando sia le opportunità di rendimento sia i rischi di perdita.
A sua volta, i certificati legati agli indici azionari europei potrebbero trarre vantaggio dalla solidità delle Borse continentali. Sul fronte borsistico, Confindustria segnala come, a partire dal 2025, non si sia osservata una fuga dagli asset rischiosi, come le azioni, “quanto piuttosto una penalizzazione delle quotazioni USA rispetto a quelle europee“. Nel corso dell’anno, la Borsa statunitense è cresciuta, ma molto meno di quelle europee: +14,0%. L’Europa, al contrario, ha registrato performance più solide, con l’Italia in crescita del 28,4%, nonostante storicamente mostrasse risultati più contenuti. Milano, in particolare, ha segnato nel mese corrente un rialzo del 3,3%.
Per quanto riguarda l’Italia, la crescita quasi stagnante, caratterizzata da un export debole e da un’industria altalenante, rende il mercato particolarmente dinamico e instabile. A influenzare questa volatilità contribuiscono anche segnali positivi come il lieve calo dei rendimenti dei BTP, la ripresa del credito e gli investimenti legati al PNRR.
In generale, i possessori devono prepararsi a un contesto più dinamico e instabile, in cui la gestione attiva e il monitoraggio continuo diventano fondamentali per proteggere il capitale e cogliere eventuali opportunità.


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