Un’Europa con un’economia destinata a rafforzarsi e a restare su un sentiero di crescita solido, ma con margini ridotti per ulteriori allentamenti monetari nel 2026. È questa l’immagine che emerge dall’ultima analisi di Martin Wolburg, senior economist di Generali Investments, secondo cui il Vecchio Continente difficilmente assisterà a nuovi tagli dei tassi da parte della BCE.
Europa cresce nel 2026, ma consumi a rilento: l’analisi di Generali
Secondo l’esperto di Generali Investments, l’Europa si avvia verso un rafforzamento dell’attività economica nel corso del 2026. Dopo una crescita superiore alle attese nel terzo trimestre (+0,2% t/t), gli indicatori di fiducia più rilevanti, dal PMI composito all’ESI, indicano una dinamica di crescita sostanzialmente stabile verso la fine dell’anno.
Il quadro congiunturale resta però contrastato. Gli ultimi dati reali disponibili, riferiti a settembre, hanno deluso: le vendite al dettaglio sono ancora in calo (-0,1% m/m), mentre la produzione industriale segna solo un modesto +0,2% m/m. A pesare sono stati gli effetti di compensazione legati al boost pre-tariffario della prima metà dell’anno e la volatilità dei dati irlandesi (-9,4% m/m).
I consumatori, nonostante livelli di risparmio elevati, hanno continuato a spendere con cautela. Tuttavia, il recente miglioramento della fiducia dei consumatori dovrebbe tradursi in una maggiore propensione alla spesa nei prossimi mesi. Un ulteriore sostegno arriverà però dall’inflazione, attesa in rallentamento all’1,6% a livello tendenziale nel primo trimestre 2026, in calo rispetto al 2,0% previsto nel quarto trimestre 2025. Uno scenario che dovrebbe dunque rafforzare il potere d’acquisto reale e favorire i consumi.
L’allentamento della politica monetaria della BCE continua inoltre a sostenere la crescita attraverso una maggiore attività creditizia, precisa l’esperto, mentre la riduzione dell’incertezza commerciale e la ripresa delle esportazioni forniranno un contributo aggiuntivo. “All’inizio dell’anno, la spesa pubblica del governo tedesco sarà anch’essa di supporto e aiuterà a compensare gli effetti di consolidamento altrove nel corso dell’anno”.
Pertanto, a livello complessivo, Generali Investments conferma una previsione di crescita “dell’1,4% / 1,3% per il 2026”, anche se non mancano i rischi al ribasso, come eventuali difficoltà nell’attuazione della spesa fiscale tedesca, come burocrazia e colli di bottiglia, una possibile ri-escalation delle tensioni commerciali e vulnerabilità del settore finanziario.
Tassi BCE fermi nel 2026: addio ipotesi rialzi
Guardando alle prossime mosse della BCE sui tassi, l’esperto sottolinea che “sebbene l’inflazione complessiva sia destinata a scendere sotto il 2% nel 2026, i membri del Consiglio direttivo hanno chiarito che guarderanno oltre questo dato”, focalizzandosi sull’inflazione attesa a fine orizzonte di previsione, nel 2028, che dovrebbe tornare in prossimità dell’obiettivo. Con il tasso di riferimento al 2,0%, collocato in area neutrale, “non vi è necessità di ulteriori aggiustamenti nel 2026”. Allo stesso tempo, però, “il marcato rallentamento della crescita salariale e la disinflazione importata spostano i rischi sull’inflazione core verso il basso”. Da qui, conclude l’esperto, “anche un rischio orientato verso tassi chiave più bassi”.
In sostanza, l’analisi di Generali Investments cerca a dissipare i dubbi su possibili nuove strette o rialzi dei tassi da parte della BCE. Nei mesi scorsi, non erano mancati segnali più cauti da alcuni membri del Consiglio direttivo, tra cui Isabelle Schnabel, esponente di primo piano dell’ala più rigorista di Francoforte, che aveva riferito che i mercati stessero scommettendo su un prossimo aumento dei tassi di interesse da parte della Banca Centrale Europea.
Uno scenario che oggi appare però sempre più remoto, se non addirittura “una teoria fantasiosa”, per usare le parole del governatore della Banque de France, François Villeroy de Galhau, che ha recentemente ridimensionato la probabilità di un simile esito nel 2026. “Salvo uno shock improbabile, si tratta di una teoria fantasiosa. Non si cambia una politica monetaria vincente“, ha affermato.
Sul fronte dell’inflazione, de Galhau ha inoltre evidenziato come il rallentamento della crescita salariale e l’“afflusso” di importazioni a basso costo dalla Cina siano destinati a contribuire a un ulteriore raffreddamento delle pressioni sui prezzi. A questo si aggiunge il possibile effetto di un indebolimento del dollaro, in risposta alle tensioni tra l’amministrazione statunitense e la FED: un euro più forte, già in significativo apprezzamento nel 2025, ridurrebbe infatti il costo dei beni e dei servizi importati, energia compresa.
Tassi BCE e crescita Europa: a cosa devono fare attenzione i possessori di certificati
In estrema sintesi, investitori e possessori di certificati si trovano oggi di fronte a un quadro macro e monetario più stabile rispetto ai mesi passati, ma non del tutto privo di incognite.
Da un lato, la prospettiva di una politica monetaria orientata allo stop dei tagli nel 2026, insieme a una crescita economica moderata sostenuta dal calo dell’inflazione, delinea uno scenario potenzialmente favorevole al contenimento della volatilità e a una maggiore stabilità dei rendimenti.
Dall’altro, permangono rischi che potrebbero riemergere nei prossimi mesi: dalle difficoltà nell’attuazione della spesa fiscale tedesca a una possibile ri-escalation delle tensioni commerciali, fino ad altri fattori di natura geopolitica ed economica.
In questo contesto, diventa cruciale calibrare con attenzione l’esposizione ai settori più ciclici e l’orizzonte temporale degli investimenti, soprattutto in una fase in cui la politica monetaria non è più un motore di spinta, ma nemmeno una fonte di pressione immediata sui mercati.
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