Confermato il dato di ottobre sull’inflazione nell’Eurozona, ancora sopra il 2% causa rincari del carrello della spesa. Una notizia non molto positiva per la Banca Centrale Europea, chiamata nelle prossime settimane a decidere sull’eventuale revisione dei tassi di interesse, come dovranno fare a breve l’omologa inglese (Bank of England) e statunitense (FED).
Eurozona, inflazione al 2,1% e core in rialzo a ottobre 2025
Stando al bollettino dell’Ufficio di Statistica Europeo (Eurostat), l’inflazione nell’Eurozona di ottobre 2025 si conferma in chiaroscuro, con i prezzi al consumo che registrano un aumento del 2,1% su base annua, in linea con la stima preliminare e leggermente al di sotto del 2,2% di settembre. Su base mensile, però, i prezzi crescono dello 0,2%, segnando un aumento rispetto allo 0,1% del mese precedente.
L’inflazione core, che esclude le componenti più volatili come cibi freschi, energia, alcol e tabacco, è stata rivista al rialzo al 2,4% annuo, confermando sia la stima preliminare sia il dato del mese precedente. Su base mensile, la variazione è pari a 0,3%, superiore allo 0,1% di settembre e in linea con le attese. Anche l’inflazione armonizzata della Zona Euro si attesta al 2,4% tendenziale, stabile rispetto alla stima preliminare e al mese precedente, con un aumento mensile del 0,2%, sopra lo 0,1% di settembre.
Infine, nell’intera Unione Europea, l’inflazione annua sale al 2,5%, leggermente inferiore al 2,6% registrato il mese scorso, mentre su base mensile si conferma un incremento dello 0,2%.
Eurozona, inflazione ancora sopra 2%: rischio braccio di ferro sui tassi BCE
Sebbene lontana dal dato del Regno Unito, ancora ben oltre la soglia ideale del 2%, l’inflazione finale di ottobre nell’Eurozona conferma una pressione sui prezzi ancora persistente. Nonostante ciò, la dinamica non è del tutto negativa: già a settembre gli economisti della BCE avevano previsto un rallentamento delle pressioni inflazionistiche.
Secondo Bloomberg le stime sull’inflazione dell’istituto centrale resteranno significativamente al di sotto dell’obbiettivo del 2% nel biennio 2026-2027. Allo stesso tempo, si prevedono alcune spinte deflazionistiche nei mesi a venire, legate al pieno impatto dei dazi statunitensi, la cui onda piena si farà sentire soprattutto nel 2026.
Ora si attendono le nuove proiezioni nel prossimo incontro di dicembre, necessarie per capire quale sarà la prossima mossa della BCE sul fronte dei tassi di interesse. Ad oggi tra i “falchi” della Banca Centrale resta alta la preoccupazione per la persistenza dell’inflazione di fondo (depurata dagli elementi più volatili come cibo ed energia). Tra questi spicca Olli Rehn, membro del Consiglio direttivo della Banca, che in un’intervista al quotidiano finlandese Helsingin Sanomat ha sottolineato come il rischio di un rallentamento dell’inflazione non debba essere sottovalutato, specie con l’avvicinarsi della riunione di dicembre.
Secondo Rehn, “i bassi prezzi dell’energia, un euro più forte e l’allentamento dell’inflazione salariale e dei servizi rappresentano il rischio che l’inflazione totale rallenti eccessivamente rispetto al nostro obiettivo del 2%”. Inoltre ha sottolineato che non vanno trascurati i possibili rischi di un aumento dell’inflazione.
In tutto ciò, Bloomberg segnala che, con un’inflazione vicina al target del 2%, economisti e investitori non prevedono interventi immediati sul tasso sui depositi, che in questo ciclo è stato ridotto otto volte, passando dal 4% al 2%.
Eurozona tra inflazione e tassi BCE: a cosa devono fare attenzione i possessori di certificati
Tra un mese sapremo se la BCE manterrà i tassi di interesse agli attuali livelli o se opterà per un taglio. In quest’ultimo caso, l’eventuale cut non sarebbe il massimo per i possessori di certificati: i prodotti a tasso fisso continueranno a garantire rendimenti stabili, mentre quelli a tasso variabile, legati all’Euribor o al tasso BCE, non beneficeranno di un incremento dei guadagni.
Da considerare anche l’impatto dell’aumento dei prezzi al consumo e della persistenza dell’inflazione di fondo, fattori che possono ridurre il rendimento reale dei certificati, sia nel caso di tassi fissi sia per prodotti legati a performance sottostanti.
C’è da dire che la stabilità dei tassi sui depositi, attualmente intorno al 2%, riduce la probabilità di interventi immediati, ma eventuali decisioni della BCE nelle prossime settimane potrebbero cambiare in modo significativo il profilo di rischio-rendimento di questi strumenti.


