FED frena a gennaio: tassi di interesse invariati tra 3,50 e 3,75%

Dopo tre riduzioni consecutive dei tassi, la Federal Reserve si prende una pausa. Nella seduta di ieri, 28 gennaio, il comitato FOMC ha deciso di mantenere il tasso di interesse nel range 3,50-3,75%, ignorando le pressioni della Casa Bianca per un ulteriore taglio e preferendo osservare l’andamento dell’economia prima di intervenire nuovamente.

FED, pausa sui tassi: prudenza al centro della politica monetaria

Con una votazione quasi unanime (10 membri su 12), il comitato FOMC della Federal Reserve ha approvato la pausa sui tagli dei tassi di interesse, interrompendo la sequenza iniziata a settembre scorso che, in cinque mesi, ha portato i tassi dal 4,25-4,50% agli attuali 3,50-3,75%.

A favore della decisione hanno votato il Presidente Jerome H. Powell e membri del comitato come il Vicepresidente John C. Williams, Philip N. Jefferson e Lisa D. Cook. Voto contrario invece da Stephen I. Miran e Christopher J. Waller, entrambi favorevoli invece a un ulteriore taglio di un quarto di punto percentuale sull’intervallo obiettivo dei tassi.

Una posizione che gli altri membri del Comitato non hanno voluto prendere per via dell’attuale andamento dell’economia. “Gli indicatori disponibili suggeriscono che l’attività economica si è espansa a un ritmo sostenuto“, si legge nello statement del FOMC. “L’aumento dell’occupazione è rimasto moderato e il tasso di disoccupazione mostra segnali di stabilizzazione. L’inflazione, tuttavia, rimane elevata”. Praticamente in questa seduta a vincere è stata la prudenza, un approccio benvoluto dal presidente Powell, e meno dal presidente Trump.

FED, Powell resiste alle pressioni politiche di Trump

La decisione della Federal Reserve arriva in un contesto di forte pressione politica, con l’amministrazione Trump che continua a fare pressione sulla Banca Centrale, ora mettendo sotto indagine Powell e ora tentando di rimuovere la governatrice FED Lisa Cook con accuse di frode ipotecaria. Inoltre, Trump ha lasciato intendere di essere vicino alla nomina di un nuovo presidente della Fed, destinato a succedere a Powell al termine del suo mandato a maggio.

Proprio l’attuale capo della Banca, nella conferenza stampa post-votazione, ha ribadito con fermezza l’importanza dell’indipendenza della banca centrale, definendola un pilastro delle democrazie avanzate e un baluardo contro la politicizzazione della politica monetaria. Avverte inoltre che un’ingerenza politica diretta potrebbe compromettere la capacità dell’istituto di operare nell’interesse dell’economia, soprattutto durante i cicli elettorali, quando le decisioni sui tassi rischiano di essere strumentalizzate a fini politici (non a caso a novembre si terranno le mid-term, che si preannunciano particolarmente combattute).

Nonostante i tentativi di Trump, Powell ha sottolineato che l’indipendenza della banca centrale resta intatta e che il sistema continua a garantire stabilità e servizio al pubblico, pur riconoscendo che nessuna istituzione monetaria può essere perfetta.

FED tra inflazione stabile e prudenza monetaria

Guardando alla situazione economica, Powell ha osservato che l’attuale livello dei tassi non costituisce più un freno rilevante per la crescita: “Molti dei miei colleghi ritengono difficile guardare ai dati in arrivo e sostenere che la politica monetaria sia oggi significativamente restrittiva”.

Non esclude però che in futuro possano esserci ulteriori tagli ai tassi: un allentamento della politica monetaria potrebbe essere avviato nelle prossime sedute, una volta che l’inflazione darà segnali chiari di raffreddamento. Al momento, tuttavia, questo non risulta: secondo l’ultimo report del Bureau of Labor Statistics, a dicembre i prezzi al consumo sono cresciuti dello 0,3% su base mensile, portando l’inflazione annua al +2,7%.

Sempre Powell ha sottolineato che la FED sta monitorando in particolare l’impatto dei dazi sui prezzi dei beni, prevedendo che questi effetti raggiungeranno un picco per poi attenuarsi nel corso dell’anno, a condizione che non vengano introdotti nuovi aumenti tariffari significativi. “Se vedremo questo andamento, sarà un’indicazione che possiamo allentare la politica”, ha dichiarato, lasciando intendere che la Banca Centrale resta pronta a reagire ai progressi sull’inflazione, pur mantenendo un approccio prudente.

FED in pausa, prudenza come parola d’ordine anche per i possessori di certificati

Prudenza è ormai la parola d’ordine per la Fed guidata da Powell, e lo stesso atteggiamento dovrebbe guidare investitori e possessori di certificati di investimento.

La pausa della banca centrale rappresenta sì un segnale di stabilità, ma anche di cautela: il mantenimento dei tassi nel range 3,50-3,75% significa che i rendimenti legati ai tassi di riferimento rimarranno contenuti, mentre eventuali certificati indicizzati a future riduzioni potrebbero non beneficiare subito di un aumento dei prezzi.

Allo stesso tempo, la prospettiva di un futuro allentamento della politica monetaria (sia in caso di un cambio alla guida della Fed verso una linea più vicina alle posizioni di Trump, sia in presenza di un raffreddamento dell’inflazione) potrebbe avvantaggiare i certificati, in particolare quegli strumenti in grado di beneficiare di una riduzione graduale dei tassi.

Data la situazione, per gli investitori conviene quindi monitorare attentamente l’evoluzione dei dati economici e orientare le proprie scelte a soluzioni che permetta di adattarsi rapidamente a eventuali cambiamenti nella politica monetaria della FED.

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