Poche settimane all’appuntamento di fine anno della Federal Reserve (FED), durante il quale i membri del Comitato dovranno stabilire se proseguire con i tagli iniziati a settembre, con il primo cut da 25 punti, o se optare per una sospensione temporanea. Una decisione tutt’altro che scontata, vista anche l’assenza di dati macroeconomici aggiornati e l’incertezza sull’andamento dell’economia.
FED, nebbia sui dati macroeconomici (a parte il Beige Book)
Non è un’esagerazione dire che la FED stia navigando quasi al buio. Mancano pochi giorni all’appuntamento dell’9-10 dicembre, e lo stesso numero uno della Banca, Jerome Powell, aveva dichiarato a ottobre che “per dicembre guarderemo ai dati e al bilanciamento dei rischi”. Peccato che di nuovi dati ne siano usciti pochi o quasi nessuno: questo mese erano infatti attesi diversi dati macroeconomici fondamentali, come l’inflazione CPI e il report sull’occupazione di ottobre, ma la Casa Bianca ha confermato che non verranno pubblicati.
Almeno, alcune informazioni recenti sono disponibili, a partire dal Beige Book, il rapporto periodico della Federal Reserve, che offre uno spaccato di un’economia statunitense sempre più eterogenea. Secondo il report, l’attività economica complessiva “è rimasta sostanzialmente invariata rispetto al rapporto precedente del 15 ottobre“, pur con alcune differenze: la spesa dei consumatori “è diminuita ulteriormente”, mentre gli acquisti nel segmento retail di fascia alta “sono rimasti resilienti“.
Inoltre, l’attività manifatturiera è cresciuta leggermente nella maggior parte dei Distretti, anche se le incertezze legate ai dazi continuano a pesare. A sua volta, i ricavi nel settore dei servizi non finanziari sono rimasti stabili o in calo, mentre le segnalazioni sulla domanda di prestiti si sono rivelate contrastanti.
In poche parole, una situazione economica poco brillante, il che conferma quanto già emerso da altri report “non ufficiali” diffusi durante e dopo lo shutdown. Investitori e FED hanno così dovuto operare in condizioni di incertezza, un contesto destinato a perdurare anche nelle prossime settimane.
Falchi e colombe della FED divisi sul taglio dei tassi
Diventa dunque sempre più complesso prevedere la prossima mossa della FED, e lo stesso indicatore del CME Group ne ha dato prova nelle ultime settimane: mercoledì scorso, le probabilità di un taglio dei tassi a dicembre sembravano svanite, scendendo al 30% dopo che i verbali della riunione di ottobre avevano suggerito una possibile pausa.
Solo pochi giorni dopo, venerdì, lo scenario si è ribaltato: le probabilità sono schizzate oltre il 70%, grazie soprattutto al commento del presidente della Fed di New York, John Williams, il quale, parlando del target dell’inflazione, ha lasciato intendere che potrebbe esserci “spazio per un ulteriore aggiustamento nel breve termine“.
Ma la visione di Williams non è condivisa da tutti. Mai come ora, il Comitato della Fed appare diviso in due fazioni inconciliabili. Da un lato ci sono “falchi” come Austan Goolsbee (FED di Chicago), Jeffrey Schmid (Kansas City) e Susan Collins (Boston) non molto propensi a un nuovo taglio. E dall’altro, “colombe” come Christopher Waller e Stephen Miran che non solo vogliono il cut, ma lo pretendono anche più aggressivo, da 50 punti.
In definitiva, il futuro dei tassi resta incerto. Anche le grandi banche d’affari faticano a trarre conclusioni: Citi definisce la decisione di dicembre “una scelta difficile“, mentre Morgan Stanley non prevede alcun taglio fino al 2026.
FED, dollaro alla sua peggior settimana degli ultimi quattro mesi
In tutto ciò, il dollaro statunitense si prepara a registrare la sua peggior settimana degli ultimi quattro mesi, frenato non solo dalle attese di ulteriori mosse della Federal Reserve, ma anche dalle pressioni politiche per un taglio dei tassi di interesse. Da mesi, infatti, Trump sollecita la FED a ridurre il tasso, arrivando a esercitare pressioni direttamente sul presidente Jerome Powell, il cui mandato scade a maggio del prossimo anno.
Nell’ultima rilevazione (ieri, 27 novembre, con Wall Street chiusa per il Thanksgiving Day), l’indice del dollaro ha segnato un calo dello 0,54% su base settimanale, perdendo slancio dopo aver toccato massimi di sei mesi. Addirittura, gli esperti di UBS hanno consigliato agli investitori di rivedere le allocazioni valutarie, privilegiando euro e dollaro australiano. Tra l’altro, l’euro ha ceduto a 1,1581 dollari, condizionato dalle incertezze sui negoziati di pace in Ucraina.
Il tempo è ormai poco. Il periodo di “blackout” nelle comunicazioni della FED inizierà il 29 novembre, subito dopo il Ringraziamento. Con pochi giorni a disposizione per gestire le aspettative e una forte incertezza sui dati macroeconomici, la riunione di dicembre si prospetta tra le più imprevedibili degli ultimi anni.
Dollaro debole e FED indecisa: cosa significa per i possessori di certificati
Nebbia per la FED, e purtroppo anche per gli investitori e possessori di certificati, che dovranno fare attenzione nelle prossime settimane. La prospettiva di un taglio dei tassi a dicembre potrebbe infatti favorire la rivalutazione di certificati legati a obbligazioni o indicizzati ai rendimenti dei titoli di Stato, mentre la decisione di sospensione dei tagli o un approccio più aggressivo da parte della FED potrebbe invece comprimere i rendimenti e aumentare la volatilità.
A ciò si aggiunge anche la debolezza del dollaro, che inevitabilmente va a influire sulla performance dei certificati denominati in valuta estera e accentua le differenze tra mercati internazionali. Per questo, la gestione attiva diventa cruciale: gli investitori dovranno monitorare con attenzione sia le mosse della Banca centrale sia le oscillazioni dei mercati valutari, valutando opportunità di riallocazione o copertura dei rischi.
In altre parole, ogni decisione della FED potrebbe trasformarsi rapidamente in un driver di rendimento o in un fattore di stress per il portafoglio, rendendo la prossima riunione di dicembre un appuntamento determinante per chi opera con strumenti finanziari strutturati.
