FED si prepara alla riunione di dicembre, tra dati PMI e nuova guida in arrivo

Si avvicina l’appuntamento conclusivo della FED per il 2025, in cui il Comitato deciderà se proseguire con la politica di tagli ai tassi avviata a settembre con il primo intervento da 25 punti base, oppure sospenderla in attesa del prossimo anno. Al momento, il comitato appare diviso, con membri alternatamente favorevoli o contrari a un nuovo taglio. Sullo sfondo restano la nomina del prossimo presidente della Federal Reserve, che il presidente Trump dovrebbe annunciare entro fine anno, e gli ultimi dati macroeconomici disponibili.

FED tra aumento degli odds sui tagli ai tassi e divisioni interne

Nell’ultimo mese le probabilità di un taglio dei tassi hanno oscillato in modo marcato: a inizio novembre erano superiori al 65%, per poi scendere intorno al 50% a metà mese, fino a quasi il 30% verso la fine. Negli ultimi giorni, invece, il FedWatch del CME segnala una probabilità vicina all’88%.

A cosa si deve questo continuo sali e scendi delle stime? Principalmente alle dichiarazioni rilasciate negli ultimi mesi, praticamente l’unica fonte di indicazioni al di fuori dei pochi dati macroeconomici disponibili. Gli indicatori più importanti, come inflazione e mercato del lavoro, saranno pubblicati solo a dicembre e difficilmente in tempo per influenzare la riunione dell’8-9 dicembre.

All’inizio del mese, la debolezza dei primi dati sul lavoro aveva alimentato l’idea che la Federal Reserve potesse intervenire con un taglio dei tassi. Successivamente, la mancanza di nuovi dati macroeconomici, a causa dello shutdown governativo durato 43 giorni (dal 1° ottobre al 13 novembre), aveva raffreddato le aspettative: il presidente della Fed, Jerome Powell, già durante la riunione di ottobre ha sottolineato l’importanza di questi dati per valutare un eventuale taglio a dicembre.

Verso la fine di novembre, le voci favorevoli a un taglio dei tassi all’interno del Comitato si sono moltiplicate, portando le probabilità a livelli di marcato ottimismo, sostenute anche dalle recenti dichiarazioni del presidente Trump sul futuro presidente della FED.

FED verso una nuova guida: Trump ha già deciso il nuovo presidente

Mentre salgono ancora le aspettative, tutti gli occhi sono puntati sulla Casa Bianca, dopo le dichiarazioni del presidente Trump, che ha affermato di aver già scelto il prossimo presidente della Federal Reserve. Il favorito sarebbe l’attuale consigliere economico della Casa Bianca, Kevin Hassett, mentre in lizza ci sarebbero anche l’ex governatore della Fed Kevin Warsh e l’attuale governatore Christopher Waller.

A prescindere dall’esito, questo cambio di rotta potrebbe sostenere ulteriormente i mercati azionari, in particolare i settori più sensibili ai tassi, come retail e titoli growth. Alcuni analisti sottolineano che, per Wall Street, “Hassett è un nome noto da cui ci si può aspettare che tenga il piede sul gas per dare al boom tecnologico più tempo per correre” e che “sotto Hassett, è probabile che i titoli legati all’AI continuino a crescere, trascinando con sé l’intero mercato”.

La possibile sostituzione di Jerome Powell a maggio con un alleato di Trump potrebbe inoltre indirizzare la FED verso una politica monetaria più accomodante, in linea con le richieste dell’ex presidente di tagli dei tassi rapidi e aggressivi.

O forse no. Secondo Marc Giannoni, US Chief Economist di Barclays, durante una press call sull’outlook 2026 della banca, “la politica monetaria della Federal Reserve è decisa dal Federal Open Market Committee (FOMC) e non solo dal presidente, quindi sarà molto difficile per il nuovo presidente influenzare le decisioni del Comitato. Il presidente della Fed ha certamente poteri importanti, ma non può costringere gli altri membri a votare come vuole”.

Giannoni ha poi aggiunto: “Ciò che ha contraddistinto Jerome Powell è stata la capacità di ottenere la fiducia degli altri partecipanti al FOMC, ascoltandoli e cercando di formare un consenso. Non è chiaro se il nuovo presidente erediterà la stessa autorità: è qualcosa che si costruisce nel tempo. Sarà comunque difficile imporre rapidi tagli se il resto del Comitato non sarà d’accordo”.

Nuovi dati PMI prima della riunione FED: ottimismo e incertezze nel manifatturiero

Si preannuncia comunque una settimana importante sul fronte macroeconomico. Nonostante l’incertezza derivante dall’assenza di alcuni dati fondamentali a causa delle conseguenze dello shutdown, nei prossimi giorni arriveranno segnali chiave da indicatori sul sentiment dei consumatori e sulle buste paga private.

Nel frattempo, sono stati diffusi i dati sull’indice PMI di S&P Global: a ottobre 2025 l’attività manifatturiera negli Stati Uniti registra un rallentamento, ma meno del previsto, attestandosi a 52,2 punti, leggermente sopra i 51,9 punti della stima preliminare e appena sotto i 52,5 punti di settembre. L’indice rimane comunque al di sopra della soglia critica di 50 punti, che separa espansione e contrazione dell’attività.

Nonostante il PMI headline indichi a novembre una nuova espansione dell’attività manifatturiera, la salute del settore industriale statunitense appare sempre più preoccupante osservando i dati più nel dettaglio“, commenta Chris Williamson, Chief Business Economist di S&P Global Market Intelligence. “L’impulso principale è arrivato da un forte aumento della produzione, mentre la crescita dei nuovi ordini è rallentata bruscamente, suggerendo un indebolimento della domanda“.

Sul fronte invece dei margini di profitto, si segnalano “vendite deludenti, forte concorrenza e costi di input in aumento, questi ultimi in gran parte legati ai dazi“: tutti elementi che stanno appunto comprimendo i margini. Un segnale positivo viene però dall’aumento dell’ottimismo dei produttori per i prossimi dodici mesi: “la fine dello shutdown ha contribuito a risollevare la fiducia, dopo il brusco calo di ottobre. Questo ottimismo si basa sulle speranze di un maggiore supporto politico, tassi d’interesse più bassi e stabilità politica“. Tuttavia, “è evidente che l’incertezza resta elevata e continua a pesare sulla crescita di molte imprese, mantenendo la fiducia ben al di sotto dei livelli di inizio anno“.

FED e l’appuntamento a dicembre: rischi e opportunità per i possessori di certificati

Come già sottolineato più volte, la decisione della Federal Reserve di dicembre sarà cruciale per investitori e possessori di certificati. Questi ultimi, in particolare quelli legati ai tassi o con sottostante azionario sensibile al costo del denaro, potrebbero reagire rapidamente a segnali di politica monetaria più accomodante, come un possibile taglio dei tassi (o la conferma di un presidente favorevole ai tassi bassi, se dovesse diventare Hassett il nuovo capo della FED).

In uno scenario di riduzione dei tassi, i rendimenti dei certificate indicizzati al denaro potrebbero aumentare, mentre quelli legati ad asset a tasso fisso o obbligazioni potrebbero rivalutare il prezzo del sottostante.

Al contrario, se i tassi restassero stabili o il FOMC adottasse decisioni più restrittive, la volatilità dei mercati potrebbe comprimere i rendimenti attesi, mantenendo elevata l’incertezza per chi detiene strumenti con protezione condizionata o barriera.

Per questo è fondamentale seguire con attenzione ogni indicazione della Fed, i dati macroeconomici e il sentiment dei mercati, al fine di orientare al meglio le proprie scelte di investimento.

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