FED si prepara alla riunione di gennaio 2026 tra tassi, PIL e incertezza sui mercati

Monta l’attenzione sulla prossima riunione del FOMC, il Comitato della Fed, che a fine gennaio deciderà se proseguire con la politica dei tassi, finora ininterrotta dopo il taglio di dicembre, oppure sospenderla alla luce dei nuovi dati sull’economia.

Tassi FED in bilico, FOMC sempre più diviso tra falchi e colombe

Manca poco più di un mese alla riunione di due giorni del Comitato FOMC, prevista a Washington tra il 27 e il 28 gennaio 2026, e già si parla di possibili nuovi tagli dei tassi. Secondo il FedWatch del CME, attualmente la probabilità di un ribasso di 25 punti base, che porterebbe il tasso di riferimento al 3,25%-3,50%, è del 20%. Come già visto nei mesi scorsi, questa percentuale tende ad alzarsi o ad abbassarsi rapidamente in base alle indicazioni dei membri del Comitato, se verso un approccio più hawkish o più dovish.

Così come a dicembre, anche a gennaio c’è da aspettarsi un Comitato diviso in maniera ancora più incisiva tra i cosiddetti “falchi”, favorevoli a tassi più alti per contenere l’inflazione, e le “colombe”, che spingono per riduzioni più rapide in risposta al rallentamento del mercato del lavoro e ai segnali più moderati sui prezzi.

Una divisione interna che si riflette spesso nelle decisioni, come dimostrato nell’ultima riunione di dicembre, quando il dot-plot (la “mappa” dei tassi previsti nei mesi a venire) ha indicato per il 2026 e il 2027 un taglio dei tassi di 25 punti base all’anno. Una scelta basata sui dati disponibili fino a quel momento, che potrebbe essere confermata o modificata alla luce delle nuove statistiche in arrivo, tra cui i dati sul PIL del terzo trimestre 2025 e l’andamento dell’inflazione.

Tagli ai tassi FED: focus su PIL, inflazione e nuova leadership

Proprio sui prossimi dati del PIL USA gli investitori cercano nuovi segnali sullo stato dell’economia. Ad oggi, le stime indicano una crescita annualizzata del 3,2% nel terzo trimestre, in lieve rallentamento rispetto al 3,8% del secondo trimestre. Se tale rallentamento dovesse essere confermato dalle stime preliminari, i mercati potrebbero ridurre gli odds su ulteriori tagli dei tassi da parte della Federal Reserve nel breve termine.

A prescindere, le aspettative di una politica più accomodante restano contenute, nonostante i dati sull’inflazione di novembre abbiano mostrato un raffreddamento moderato delle pressioni sui prezzi: l’indice dei prezzi al consumo (CPI) ha registrato un aumento su base annua del 2,7%, mentre l’inflazione core si è attestata al 2,6%.

C’è da dire che non sono però solo i dati economici a muovere i mercati. L’attenzione si concentra anche sul futuro della leadership della Fed, con il mandato dell’attuale presidente Jerome Powell in scadenza a maggio 2026. Tra i nomi più favoriti spicca Kevin Hassett, ex consigliere economico della Casa Bianca, percepito come più dovish rispetto all’attuale leadership hawkish.

Secondo ING, Hassett è infatti considerato favorevole a tassi più bassi e a una politica monetaria meno restrittiva, pronta ad accettare un periodo prolungato di inflazione moderatamente sopra il 2% in cambio di un sostegno più solido alla crescita reale.

Treasury, dollaro e oro in tensione per dati PIL e FED

Nel frattempo, i rendimenti del Tesoro statunitense risalgono, invertendo i cali della scorsa settimana: il titolo a 10 anni guadagna 1,4 punti base, attestandosi al 4,165%, dopo aver toccato un minimo del 4,108% giovedì. Rendimenti così elevati potrebbero però ridursi se il dato sul PIL del terzo trimestre dovesse sorprendere al ribasso, aumentando le aspettative di futuri tagli dei tassi e spingendo verso il basso i rendimenti dei titoli del Tesoro.

Situazione diversa per il biglietto verde. Al momento, l’indice del dollaro USA (DXY), che misura il valore della banconota americana alle sei principali valute, si attesta marginalmente sotto i 98,60 punti, risentendo anch’esso delle attese sul dato del PIL statunitense.

Sulla scia delle prospettive di possibili tagli dei tassi, e in un contesto geopolitico sempre più teso, anche l’oro registra un rialzo, superando per la prima volta la soglia dei 4.400 dollari l’oncia e stabilendo un nuovo massimo storico. Il metallo prezioso torna così a seguire la traiettoria rialzista prevista tempo fa da Goldman Sachs, che aveva stimato un prezzo medio di 4.900 dollari l’oncia per il 2026, lasciando spazio a ulteriori potenziali incrementi.

FED di gennaio 2026, gli scenari per i possessori di certificati

Manca ancora più di un mese alla prossima mossa della FED, tempo dunque a sufficienza per analizzare tutti i fattori che potrebbero influenzare le decisioni della Banca Centrale. In particolare, i dati macroeconomici in arrivo (payrolls, CPI e PCE), che diventano fondamentali nelle settimane che precedono incontri così delicati, anche perché offrono spunti per valutare l’orientamento della politica monetaria.

E questo vale sia per gli investitori che per i possessori di certificati, dal momento che le prospettive di tagli dei tassi potrebbero avere impatti significativi su prodotti come certificati indicizzati ai tassi d’interesse o ai rendimenti obbligazionari.

Questi ultimi infatti potrebbero beneficiare di un aumento del loro valore di mercato, mentre un orientamento più hawkish rischia di comprimere i guadagni e accentuare la volatilità dei prezzi.

A sua volta, particolarmente sensibili risultano i certificati con leva su obbligazioni o su indici legati al dollaro, che possono reagire rapidamente alle oscillazioni dei rendimenti e del biglietto verde.

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  1. […] tutto questo si aggiunge la politica dei tagli ai tassi FED, che ha permesso al rally di ripartire dopo la breve fase di rallentamento a novembre. In un […]

  2. […] Come già detto pochi giorni fa, la prossima mossa della FED sui tassi di interesse sarà decisiva per investitori e possessori di certificati. […]