Un po’ di respiro per la Francia: a dicembre l’inflazione registra un calo incoraggiante, accompagnato da segnali positivi dal comparto manifatturiero PMI. Tuttavia, questi sviluppi confortanti potrebbero scontrarsi con le tensioni legate all’alto deficit pubblico, e con i rischi legati a un possibile downgrade da parte delle agenzie di rating.
Inflazione Francia: dicembre chiude allo 0,8% su base annua
Risulta in calo l’inflazione in Francia a dicembre. Secondo la stima preliminare diffusa dall’Istituto Statistico Nazionale Francese (INSEE), i prezzi al consumo segnano un incremento mensile dello 0,1%, in recupero rispetto al -0,2% di novembre, ma al di sotto delle attese.
Il calo complessivo, dice l’Istituto nella nota mensile, “potrebbe essere attribuito principalmente alla diminuzione dei prezzi dell’energia, in particolare dei prodotti petroliferi“. Al contrario, l’aumento dei prezzi dei prodotti alimentari, soprattutto freschi, ne ha attenuato l’effetto. I manufatti registrano una crescita più contenuta rispetto al mese precedente, mentre in rapporto all’anno “i prezzi dei servizi e il tabacco si evolvono allo stesso ritmo di novembre“.
Su base annua, l’inflazione si attesta allo 0,8%, al di sotto del consenso (+0,9%) e rispetto al +0,9% di novembre. L’indice armonizzato dei prezzi al consumo (HICP), utilizzato dalla BCE per monitorare l’inflazione, indica una crescita tendenziale dello 0,7%, inferiore al +0,8% atteso e al +0,8% registrato a novembre.
Sostanzialmente, si tratta di un dato complessivamente positivo, se paragonato con il resto dell’Eurozona. A parte l’Italia, dove l’inflazione si mantiene attorno all’1,1%, il dato francese è decisamente migliore rispetto a quello della Germania, con la crescita dei prezzi che resta stabile al 2,0%, in linea con l’obiettivo della BCE. Più elevate invece le pressioni inflazionistiche in Spagna e nei Paesi Bassi, rispettivamente al 2,8% e al 2,9%, ben oltre la soglia ideale.
PMI Francia, S&P Global: crescita più rapida da tre anni e mezzo
Oltre al rallentamento dell’inflazione, segnali incoraggianti arrivano anche dal fronte dell’attività manifatturiera. Stando a un’indagine condotta da S&P Global, l’indice PMI finale del comparto manifatturiero francese è salito a 50,7 punti, dai 47,8 di novembre, superando la soglia dei 50 punti che separa la fase di espansione da quella di contrazione. Un risultato che segna l’uscita da un periodo di flessione durato tre mesi e che porta l’indicatore ai livelli più elevati dal giugno 2022.
Il dato definitivo di dicembre si è inoltre rivelato leggermente migliore della stima preliminare, che si era fermata a 50,6 punti, rafforzando il quadro di un recupero più solido del previsto.
Secondo S&P Global, a dicembre il settore ha registrato il ritmo di crescita più sostenuto degli ultimi tre anni e mezzo, sostenuto soprattutto dalla dinamica positiva delle esportazioni. In particolare, i nuovi ordini dall’estero risultano trainati dal comparto aerospaziale, uno dei pilastri dell’industria francese.
Nel complesso, la Francia appare incamminata su una traiettoria di progressivo miglioramento, anche se gli ostacoli non mancano. A pesare sulle prospettive rimangono infatti diversi fattori di rischio: come sottolinea Jonas Feldhusen, economista della Hamburg Commercial Bank, “la persistente instabilità politica e la conseguente incertezza tra imprese e famiglie restano fattori critici per le prospettive future”.
Francia vulnerabile sui mercati tra deficit 2026 e rischio downgrade
L’incertezza politica è infatti una delle cause principali delle problematiche che l’Elysée sta riscontrando in sede di Legge di Bilancio. A causa della mancata intesa con le forze politiche che compongono l’Assemblea Nazionale, il Governo ha dovuto ricorrere alla cosiddetta loi spéciale: una legge di emergenza entrata in vigore il 1° gennaio che permette di prorogare spese e imposte essenziali senza però contenere nuove misure per contrastare l’impennata del debito pubblico.
Una soluzione necessaria per garantire il funzionamento dello Stato, ma anche potenzialmente rischiosa dal punto di vista fiscale: secondo il ministro delle Finanze francese Roland Lescure, il deficit del 2026 potrebbe superare il 5,4%, ben lontano dall’obiettivo europeo del 3%. Un dato che si accoppia a quello del debito pubblico, che nel terzo trimestre 2025 è arrivato a 117,4% del PIL.
Dati che contribuiscono a renderla agli occhi dei mercati decisamente vulnerabile, al punto da risultare, secondo un’analisi di JPMorgan, uno dei Paesi dell’Eurozona (assieme a Belgio e Austria) più esposti al rischio di deterioramento del rating creditizio nel 2026, con una probabilità di circa il 50% di subire tagli di valutazione da parte di almeno una delle principali agenzie (Moody’s, S&P Global o DBRS Morningstar).
Inflazione bassa e PMI in ripresa: rischi e opportunità per i possessori di certificati
Decisamente un quadro delicato per la Francia, e così anche per investitori e possessori di certificati legati al debito sovrano o a indici francesi. Se da una parte il rallentamento dell’inflazione e i segnali di ripresa manifatturiera rappresentano elementi positivi, il rischio di declassamento del rating creditizio e l’elevato debito pubblico potrebbero influenzare la redditività di questi strumenti.
In pratica, i certificati legati a titoli di Stato o a indici finanziari francesi potrebbero registrare volatilità maggiore e rendimenti più incerti, mentre quelli strutturati con meccanismi di protezione del capitale potrebbero beneficiare di un contesto di inflazione più contenuta.
Gli investitori devono dunque monitorare attentamente le decisioni dell’Eliseo e l’evoluzione dei giudizi delle agenzie di rating, poiché eventuali tagli potrebbero comportare rivalutazioni dei prezzi dei certificati e impatti sul valore di mercato.

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