Inflazione Eurozona, 2,1% a novembre: BCE pronta a decidere sui tassi di interesse

Inflazione Eurozona in lieve ribasso per novembre 2025 al 2,1%: l’indice dei prezzi al consumo si avvicina al target prefissato dalla Banca Centrale Europea (BCE), che in queste ore è chiamata a decidere la politica monetaria per la fine dell’anno e l’inizio del 2026. Se dunque tagliare o confermare i tassi di interesse.

Inflazione Eurozona di novembre al 2,1%: a pesare servizi e alimentari

Rivista leggermente al ribasso l’inflazione nell’Eurozona a novembre 2025. Secondo Eurostat, i prezzi al consumo registrano un aumento del 2,1% su base annua, rispetto al 2,2% di ottobre e alla stima preliminare. Su base mensile, i prezzi scendono dello 0,3%, in linea con la prima lettura e in calo rispetto al +0,2% del mese precedente. L’inflazione core, depurata dalle componenti più volatili come cibi freschi, energia, alcool e tabacco, si conferma al 2,4% annuo, in linea con la stima preliminare e con il mese precedente. Su base mensile, la variazione è pari a -0,5%, identica alla stima iniziale e al mese prima.

A trainare il dato di novembre sono stati i settori dei servizi (+1,58 punti percentuali), seguiti da cibi, alcool e tabacco (+0,46 pp), beni industriali non energetici (+0,14 pp) e energia (-0,04 pp).

Guardando ai singoli Paesi membri, i tassi annui più bassi sono stati registrati a Cipro (0,1%), Francia (0,8%) e Italia (1,1%), mentre i più alti si sono osservati in Romania (8,6%), Estonia (4,7%) e Croazia (4,3%). Rispetto a ottobre 2025, l’inflazione annuale è diminuita in 12 paesi, è rimasta stabile in 5 e aumentata in 10. Infine, a livello di IPCA (inflazione armonizzata della zona euro), l’indice segna un +2,4% su base annua, stabile rispetto alla stima preliminare e a ottobre, mentre su base mensile la variazione è confermata a -0,4%, dopo il +0,2% del mese precedente.

Eurozona, inflazione in calo: il mercato attende le mosse della BCE

Con questo dato ora la palla passa alla BCE, chiamata oggi a decidere come la sua omologa inglese su eventuali tagli ai tassi di interesse. O a confermarli: ormai i mercati finanziari scontano solo modeste possibilità di rialzi verso la fine del 2026 o l’inizio del 2027. Addirittura, la maggior parte degli economisti intervistati da Reuters prevede che la BCE mantenga i tassi invariati fino al 2026 e al 2027.

Motivo dietro questa prudenza, opposta alla strategia della FED, sembra legato all’incertezza ancora presente nell’economia dell’Eurozona. L’inflazione si avvicina al target del 2% fissato dalla BCE, ma fatica a scendere stabilmente sotto questa soglia, soprattutto perché i prezzi dei servizi rallentano lentamente. A sua volta, i salari negoziati del terzo trimestre registrano un +1,87%, ancora non consolidato, mentre l’inflazione salariale (costo del lavoro meno produttività) è salita al 3,3%, dopo letture più contenute nei trimestri precedenti (1,5% a giugno, 1,9% a marzo). In poche parole, dati con evidente rischio di alta volatilità.

Infine, un altro punto critico riguarda le proiezioni macroeconomiche: per il 2027 si prevede un’inflazione media annua inferiore all’obiettivo di politica monetaria. Se queste previsioni dovessero confermarsi, si aprirebbero due possibili interpretazioni sulle mosse future della BCE: non solo la conferma dei tassi, ma addirittura un eventuale rialzo.

BCE sul filo dei tassi: stabilità o rialzi verso il 2026?

L’ipotesi di un rialzo dei tassi non appare del tutto improbabile: negli ultimi giorni, le osservazioni di Isabel Schnabel, membro del consiglio di amministrazione, e del capo economista Philip Lane, insieme alle dichiarazioni della stessa Lagarde, hanno alimentato speculazioni su un possibile aumento dei tassi verso la fine del 2026.

Molti esperti, tuttavia, considerano queste previsioni premature, anche perché la crescita economica di quest’anno potrebbe proseguire ulteriormente grazie agli investimenti programmati dal governo tedesco in difesa e infrastrutture, un mercato del lavoro relativamente teso e il recupero dei salari rispetto all’inflazione post-pandemia. A conferma, Felix Schmidt, economista senior di Berenberg, osserva che “un mercato del lavoro stabile, un settore dei servizi in espansione e lo stimolo fiscale tedesco forniranno un impulso positivo all’economia nei prossimi mesi”.

La BCE, da parte sua, ha anticipato che rivedrà al rialzo le proiezioni di crescita, attualmente stimate al +1,2% del PIL per il 2025, +1,0% nel 2026 e +1,3% nel 2027, e gli economisti si aspettano anche un aggiornamento delle previsioni di inflazione di fondo per il 2026-27.

Tassi BCE tra tagli e rialzi: quali effetti per possessori di certificati

Tra poche ore sarà possibile capire con maggiore precisione la direzione della BCE per quanto riguarda i tassi di interesse, un elemento cruciale per investitori, possessori di certificati e prodotti strutturati.

In uno scenario di tassi confermati o mantenuti stabili, come attualmente scontato dai mercati, i certificati dovrebbero registrare una volatilità contenuta, con rendimenti attesi sostanzialmente invariati. Tuttavia, se la BCE dovesse tagliare i tassi, come già accaduto in passato quando l’inflazione si è avvicinata al target e si è deciso di allentare il costo del denaro per stimolare l’economia, ciò potrebbe tradursi in una pressione al rialzo sui prezzi delle obbligazioni e dei certificati a reddito fisso, ma in compenso rendimenti più bassi su nuovi strumenti di breve termine.

Al contrario, un possibile rialzo dei tassi verso la fine del 2026, come ipotizzato da alcuni operatori, potrebbe aumentare i rendimenti offerti dai nuovi certificati indicizzati ai tassi di mercato e potenzialmente migliorare il ritorno per gli investitori che reinvestono in strumenti a scadenze più lunghe, mentre i certificati già emessi con condizioni legate a tassi fissi potrebbero subire una revisione del prezzo negativo, riflettendo la crescita dei tassi di riferimento.

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