Inflazione UK sale al 3,4% a dicembre 2025: BoE rimane cauta su futuri tagli ai tassi

In rialzo l’inflazione britannica nell’ultimo mese del 2025: secondo quanto riportato dall’Office for National Statistics, i prezzi al consumo salgono nel mese di dicembre al 3,4%, superando le aspettative di mercato. Alla luce di questi dati, difficilmente la Bank of England procederà a ulteriori tagli dei tassi di interesse nelle prossime riunioni.

Inflazione UK al 3,4% a dicembre 2025 (+0,2% da novembre)

L’Office for National Statistics ha rilevato nel suo ultimo report che l’inflazione nel Regno Unito ha sorpreso al rialzo a dicembre, sostenuta soprattutto dall’aumento dei prezzi dei biglietti aerei e del tabacco.

In breve, l’inflazione complessiva è salita al 3,4% su base annua, rispetto al 3,2% di novembre, superando la stima mediana del 3,3% raccolta in un sondaggio Reuters. Su base mensile, i prezzi al consumo hanno registrato un aumento dello 0,4%, in linea con le attese, dopo il calo dello 0,2% di novembre. L’incremento tendenziale dell’inflazione conferma la crescita annua al 3,4%, più alta del +3,2% del mese precedente e oltre la previsione degli analisti.

Il dato core, che esclude cibo e carburanti, mostra invece un aumento dello 0,3% su base mensile, in linea con le aspettative, dopo il -0,2% registrato a novembre. Su base annua, l’inflazione core si mantiene al 3,2%, leggermente sotto la stima del 3,3% ma stabile rispetto al mese precedente.

Infine, l’inflazione dei servizi ha registrato un lieve rialzo, passando dal 4,4% di novembre al 4,5% di dicembre, confermando le previsioni degli economisti.

Inflazione UK al rialzo, BoE più cauta per futuri tagli ai tassi

Rispetto ai dati europei e statunitensi che viaggiano intorno (o in alcuni casi sotto) il 2%, l’inflazione nel Regno Unito resta a tutti gli effetti la più alta tra i Paesi del G7.

Tuttavia, il ritmo degli aumenti dei prezzi è destinato a rallentare rapidamente nei prossimi mesi, poiché gli incrementi dei costi dei servizi pubblici e di altre tariffe governative registrati lo scorso anno non entreranno più nel confronto su base annua. A tal riguardo, il governatore della Banca d’Inghilterra, Andrew Bailey, si mostra fiducioso sull’andamento dell’inflazione, indicando l’avvicinamento alla soglia ottimale del 2% già tra aprile e maggio di quest’anno.

E qui scatta il rebus sui prossimi tagli. Dopo la riduzione del tasso degli interessi al 3,75% decisa dal Comitato di Politica Monetaria della BoE a dicembre, oggi si ipotizza addirittura uno stop temporaneo ai tagli. Già allora, quasi metà dei membri del Comitato aveva votato per mantenere invariata la politica monetaria, preoccupata dalla persistenza delle pressioni inflazionistiche.

Per Nicholas Crittenden, economista del National Institute of Economic and Social Research, è già possibile “un taglio del tasso di sconto nella prima metà di quest’anno, a condizione che le rinnovate tensioni geopolitiche non destabilizzino l’attuale andamento dell’inflazione“. Di diversa opinione è invece Matthew Ryan, responsabile della strategia di mercato di Ebury, secondo cui “la Banca d’Inghilterra rimarrà probabilmente in attesa almeno per le prossime due riunioni”. Nel complessivo, i mercati finanziari attualmente scontano uno o due possibili tagli dei tassi di interesse di un quarto di punto nel corso del 2026.

Inflazione UK sopra le attese, ma sterlina e Gilt restano in equilibrio

Nonostante dati economici poco brillanti, l’ultima rilevazione sull’inflazione non ha avuto impatti significativi sulla sterlina né sulle aspettative del mercato riguardo ai tassi della Banca d’Inghilterra. La valuta britannica è stata scambiata a 1,3433 dollari, mostrando variazioni minime rispetto al giorno precedente la pubblicazione del rapporto. Anche rispetto all’euro, la sterlina si è mantenuta stabile: a 87,20 penny, dopo il calo dello 0,63% registrato il giorno precedente, il peggior ribasso giornaliero dall’inizio di agosto.

A contribuire a questo “contenimento” del pound sono state le recenti tensioni geopolitiche, che hanno dominato i mercati valutari al punto da oscurare i dati economici: secondo Reuters, la prospettiva di un possibile nuovo conflitto commerciale tra Stati Uniti ed Europa ha spinto gli investitori a ridurre l’esposizione al rischio vendendo asset statunitensi, incluso il dollaro contro la sterlina. A tal proposito, la banconota verde ha guadagnato terreno nei confronti di euro e franco svizzero, valute rifugio, dopo due giorni di vendite di asset statunitensi in attesa del discorso del presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, a Davos.

Passando alla parte obbligazionaria, dopo la super vendita da 7,25 miliardi di sterline (circa 9,8 miliardi di dollari) di titoli di Stato britannici con scadenza gennaio 2041 e cedola al 5,25%, attualmente i Gilt decennali rendono circa 4,34%, mentre quelli trentennali si attestano intorno al 5,13%, entrambi in calo rispetto all’inizio della settimana, quando i rendimenti si muovevano più alti intorno al 4,4% per il decennale e oltre il 5,2% per il trentennale.

BoE tra inflazione UK, sterlina e Gilt: cosa cambia per i possessori di certificati

Se nei prossimi mesi l’inflazione non dovesse registrare nuove accelerazioni significative, lo scenario più probabile è quello di una Banca d’Inghilterra dal profilo più hawkish, orientata a mantenere i tassi di interesse su livelli stabili. Un’ipotesi che investitori e possessori di certificati di investimento dovranno attentamente valutare nelle proprie strategie.

Anche perché le ricadute si rifletterebbero sia sul cambio della sterlina sia sull’andamento dei Gilt britannici: una valuta sostanzialmente stabile contribuirebbe a contenere il rischio di cambio per gli strumenti denominati in pound, mentre un ulteriore calo dei rendimenti lungo la curva (in particolare su scadenze decennali e trentennali) potrebbe sostenere il valore dei certificati già in circolazione, soprattutto in un contesto di inflazione ancora elevata ma attesa in progressivo rallentamento.

Resta però determinante il fattore temporale: eventuali slittamenti nei tagli dei tassi o il riemergere di nuove pressioni inflazionistiche rischierebbero di alimentare la volatilità dei sottostanti. Da qui la necessità, per gli investitori, di un monitoraggio costante in una fase ancora delicata di transizione della politica monetaria britannica.

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