Oro e petrolio sono ancora sull’ottovolante, entrambi coinvolti in un proprio “rally” alimentato da diversi fattori: le tensioni sul fronte iraniano, con il regime che respinge ogni ipotesi di colloqui con gli Stati Uniti; il persistere dell’aumento dei prezzi energetici, che alimenta le attese di ulteriori rialzi dei tassi; e soprattutto la vendita di oro da parte di alcune banche centrali, che aggiunge ulteriore pressione sui mercati delle materie prime.
Petrolio stabile ma per poco: all’orizzonte il rischio escalation tra USA-Iran
Lunedì il greggio ha registrato un crollo del 10% dopo che Donald Trump ha rinviato di cinque giorni gli attacchi contro le infrastrutture energetiche iraniane, parlando al contempo di colloqui produttivi in corso. Martedì, tuttavia, i prezzi del petrolio hanno recuperato parte delle perdite, con il Wti a 90 dollari e il Brent a 103 dollari, dopo che l’Iran ha smentito le dichiarazioni del presidente americano, negando l’esistenza di negoziati attivi per porre fine al conflitto.
La tensione rimane alta: al momento il Wti oscilla tra 85 e 90 dollari, mentre il Brent si attesta sui 95 dollari al barile, in calo rispetto ai rialzi di ieri, con il Wti oltre 100 dollari e il Brent a quota 110. A sostenere il mercato sono soprattutto le speranze di colloqui tra Stati Uniti e Iran, nonostante Washington stia inviando migliaia di soldati in Medio Oriente e non abbia ancora deciso se procedere a un dispiegamento di terra.
Se la situazione dovesse evolvere verso una descalation, con la possibile riapertura dello Stretto di Hormuz, molto probabilmente i prezzi cominceranno a calare drasticamente, annullando così l’incremento dell’ultimo mese, pari a circa il 33% per entrambi gli indici.
Al contrario, se le tensioni persisteranno e il Brent dovesse raggiungere livelli eccezionali, una recessione globale diventerà quasi inevitabile. A lanciare l’allarme è Larry Fink, amministratore delegato di BlackRock, secondo cui se l’Iran “rimarrà una minaccia” e i prezzi del petrolio resteranno elevati, ciò avrà “profonde implicazioni” sull’economia mondiale. “Se il prezzo del petrolio raggiungerà i 150 dollari al barile, si innescherà una recessione globale“, ha dichiarato alla BBC.
Prezzo dell’oro scende ancora a causa di vendite, tassi al rialzo e dollaro
Non va meglio all’oro, che invece di seguire il rally del petrolio è ormai in picchiata da settimane. Dai massimi di marzo, l’oro ha perso circa il 25%, allontanandosi di quasi un quarto dal record storico di 5.594,82 dollari l’oncia, raggiunto a fine gennaio.
Martedì il metallo prezioso ha toccato i 4.385 dollari l’oncia, dopo un lunedì in cui aveva registrato un rimbalzo intraday, dopo il rinvio degli attacchi statunitensi e le voci su possibili negoziati. Anche qui, a premere sono l’esito di eventuali colloqui e la riapertura dello Stretto di Hormuz, entrambi incerti.
Ma non solo. Tra le cause del calo c’è la svendita di riserve auree da parte di alcuni Paesi che negli ultimi anni le avevano accumulate con maggior vigore, e che ora le rivendono per vari motivi: la Russia, per sostenere l’economia dopo la guerra; la Turchia, per difendere la lira.
A incidere sono state anche le politiche monetarie e il fatto che il conflitto, aumentando il rischio inflazione per i prezzi energetici, ha allontanato l’ipotesi di tagli dei tassi (in particolare negli Stati Uniti), alimentando invece quella di rialzi (in particolare nell’Unione Europea). Così l’oro è tornato a comportarsi in modo “classico”, ritrovando la correlazione inversa con il dollaro, rafforzatosi durante la crisi, e con i rendimenti dei Treasuries, in risalita: il decennale ieri si è avvicinato al 4,4%.
Oro giù, petrolio su: come i possessori di certificati devono navigare la tempesta dei mercati
Un classico scenario da rischi e opportunità è quello che ora hanno davanti investitori e possessori di certificati. Sul fronte dei rischi abbiamo la forte volatilità del greggio, che alterna crolli improvvisi a rimbalzi repentini in risposta alle tensioni sul fronte iraniano: tutto ciò si traduce in oscillazioni rapide dei certificati che replicano il prezzo del petrolio, soprattutto quelli a leva o long. Altro rischio è il crollo del valore del metallo prezioso, che riduce a sua volta quello dei certificati legati all’oro.
Per quanto riguarda le opportunità, un’escalation in Medio Oriente potrebbe far salire ulteriormente il petrolio e sostenere temporaneamente i certificati a leva sul Brent o sul Wti, mentre un ritorno a prezzare l’oro come “bene rifugio” a causa dei venti di guerra rinforzerebbe i sottostanti dei certificati.
In definitiva, chi possiede certificati su oro o petrolio deve affrontare un contesto di elevata imprevedibilità, in cui i movimenti dei prezzi non seguono trend lineari, ma reagiscono a eventi geopolitici, politiche monetarie e decisioni delle banche centrali.

