Dopo tre settimane sotto quota 4.000 dollari l’oncia, l’oro riprende slancio, segnando un nuovo massimo mensile. Una performance che ha spunto recentemente gli analisti a ipotizzare come, entro il prossimo anno, il metallo giallo potrebbe avvicinarsi alla soglia simbolica dei 5.000 dollari.
Rally dell’oro dopo lo shutdown USA: rebus sui tagli ai tassi FED
Il prezzo dell’oro ha raggiunto ieri il massimo delle ultime tre settimane, spinto dalla riapertura del governo statunitense dopo 43 giorni di shutdown. L’oro spot ha toccato durante la giornata i 4.245,23 dollari l’oncia, il livello più alto dal 21 ottobre, mentre i future sull’oro si sono spinti fino a 4.249 dollari.
Un rialzo significativo, sebbene inferiore alla crescita di ottobre, quando il metallo giallo aveva toccato il record storico di 4.381,21 dollari, sostenuto allora dalle tensioni geopolitiche e dall’aumento degli acquisti da parte delle banche centrali, con 220 tonnellate acquistate nel terzo trimestre.
Stavolta, però, l’andamento riflette “un clima di cautela che si è diffuso nei mercati finanziari”, secondo l’analista di ActivTrades Ricardo Evangelista. “Tuttavia, il rialzo rimane limitato dai crescenti dubbi su un taglio dei tassi da parte della Federal Reserve a dicembre, data la mancanza di nuovi dati economici”.
All’indomani della fine dello shutdown, la Casa Bianca ha avvertito che i dati sulla disoccupazione di ottobre potrebbero non essere disponibili questo mese. Il che complica le prossime mosse della FED, che a dicembre si riunirà per decidere su un nuovo taglio dei tassi. A peggiorare la situazione sono anche le recenti dichiarazioni di alcuni funzionari della Federal Reserve, preoccupati sull’effettivo andamento dell’inflazione e sulla stabilità del mercato del lavoro dopo i due tagli dei tassi attuati all’inizio dell’anno. Secondo gli ultimi odds del CME Group, la probabilità di un taglio dei tassi di un quarto di punto a dicembre è ora del 49%, dato in calo rispetto al 64% di inizio settimana.
Oro, il metallo giallo verso quota 4.900 dollari
Elemento centrale del “nuovo” rally aureo è l’incertezza. Alex Ebkarian, COO di Allegiance Gold, osserva che “man mano che i costi della chiusura diventano più chiari e la spesa aumenta, il regime di inflazione e l’incertezza sulla crescita favoriscono i metalli preziosi“. Da sempre l’oro si comporta bene nei periodi di instabilità economica e in un contesto di tassi di interesse bassi, che ne accentuano il ruolo di bene rifugio.
Secondo Daniel Marburger, CEO di StoneX Bullion, il calo di ottobre è stato principalmente frutto di “prese di profitto e ribilanciamenti delle posizioni, non di un cambiamento nei fondamentali. Da allora, i prezzi hanno registrato un rimbalzo sulla scorta delle attese di tagli dei tassi FED e delle preoccupazioni per la crescita“.
Non sorprende quindi che eventuali nuovi tagli dei tassi da parte della FED potrebbero spingere il prezzo dell’oro ancora più in alto, fino addirittura a 4.800 dollari entro il 2026: le nuove stime indicano infatti per fine anno un range tra 3.800 e 4.300 dollari, mentre per il 2026 la forbice si allarga tra 3.600 e 4.800 dollari. In linea dunque con le previsioni di inizio ottobre di Goldman Sachs, che vedevano l’oro addirittura a 4.900 dollari entro il 2026.
Oro, domanda in calo in Asia e il caso Cina
Nel frattempo, nei principali mercati asiatici la domanda di oro fisico è rimasta debole: i prezzi elevati hanno raffreddato gli acquisti, portando in India gli sconti ai massimi degli ultimi cinque mesi. Ben diverso il quadro in Cina, dove il mercato aurifero sta registrando un fenomeno inatteso.
L’oro, tradizionalmente utilizzato come copertura contro l’inflazione, con l’impennata dei prezzi dei lingotti sta invece contribuendo ad attenuare (almeno per ora) le pressioni deflazionistiche che stanno imperversando nel Paese del Dragone. Secondo le stime di Goldman Sachs Group Inc. e Shenwan Hongyuan Group Co., a ottobre il metallo prezioso ha rappresentato una quota vicina alla metà (o addirittura superiore) dell’aumento dell’1,2% dell’indice CPI core (che esclude alimentari ed energia).
Un effetto significativo, nonostante il peso dei gioielli in oro e platino nel paniere dei consumi sia inferiore all’1%, come ricorda Citigroup Inc., che valuta il contributo dei lingotti al CPI core e all’inflazione dei beni di base nell’ordine di “pochi decimi”. Ciononostante, l’Ufficio Nazionale di Statistica segnala un rincaro di circa il 50% dei prezzi di queste categorie di gioielli nel mese di ottobre.
Oro, nuova prospettiva per i possessori di certificate
Insomma, il futuro dell’oro volge di nuovo al rialzo, dopo un mese segnato da scosse al ribasso e rapidi recuperi. Grande incognita stavolta non è tanto il possibile rialzo del dollaro o i dazi di Trump, come si pensava a ottobre, bensì gli eventuali tagli ai tassi FED.
Un intervento della Federal Reserve potrebbe infatti sostenere ulteriormente le quotazioni, alimentando le pressioni rialziste sul metallo giallo. In uno scenario del genere, i detentori di certificati legati all’oro potrebbero vedere crescere in modo significativo i propri rendimenti. Tra l’altro, un oro vicino ai massimi storici tende a premiare le posizioni lunghe, pur aumentando la sensibilità a brusche correzioni: un aspetto che gli investitori dovranno tenere conto nei prossimi giorni.
In ogni caso, la parola d’ordine resta una sola: cautela. Se da un lato i potenziali guadagni possono essere considerevoli, dall’altro una semplice inversione di trend è sufficiente per erodere o annullare i profitti accumulati, come dimostrano le oscillazioni delle ultime settimane.
