Mentre il petrolio registra un calo significativo in seguito all’accordo di cessate il fuoco tra Stati Uniti e Iran, l’oro segna invece un rialzo, sostenuto da un clima di relativa tranquillità, seppur temporaneo.
E tutto questo dopo settimane di svalutazione a causa del conflitto in Medio Oriente, grazie al quale alcuni Paesi potuto accumulare oro a prezzo “ridotto”.
Prezzo dell’oro supera i 4.850 dollari: un rialzo dopo settimane di perdite
L’oro è tornato a salire dopo che il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, e l’Iran hanno concordato un cessate il fuoco di due settimane, destinato a facilitare i colloqui per porre fine al conflitto che ha scosso i mercati globali. Il metallo prezioso ha guadagnato fino al 3,1%, superando i 4.850 dollari l’oncia e consolidando il +1,2% registrato nella sessione precedente.
Una spinta che, a detta di Ahmad Assiri, strategist presso Pepperstone Group Ltd, riflette una ricalibrazione del rischio, piuttosto che un vero cambio di regime: “Il rialzo indica che i mercati scontano una minore probabilità di interruzioni prolungate, pur mantenendo uno sconto significativo rispetto alla situazione pre-Iran“.
Curiosamente, nonostante la gravità del conflitto, l’oro non ha registrato l’impennata tipica di situazioni simili: dall’inizio della guerra fino alla fine di febbraio, il metallo ha perso quasi il 10%. E la domanda sorge spontanea: perché l’oro, stavolta, ha vacillato come bene rifugio?
Oro tra guerra e politica monetaria: il paradosso del bene rifugio
Lo avevamo già spiegato: tra il rischio di una nuova impennata dell’inflazione e possibili aumenti dei tassi di interesse, l’oro si è trovato penalizzato dalla sua natura di asset improduttivo. Il metallo prezioso non genera reddito sotto forma di dividendi o cedole, e acquistarlo mentre i Treasury Bond USA a 10 anni offrono rendimenti intorno al 4% comporta un costo opportunità significativo.
Nonostante questo, il suo valore non è crollato completamente. Questo è dovuto dalla spinta proveniente dalle banche centrali, che comprano tonnellate di metallo non solo come bene rifugio, ma come vera e propria “assicurazione geopolitica”, per citare Aaron Brown, ex responsabile della ricerca sui mercati finanziari presso AQR Capital Management. Invece di reinvestire in Treasuries ad alto rendimento, molte banche centrali hanno venduto bond per accumularne tonnellate. Una sorta di voto di sfiducia nel sistema, “tanto che le banche centrali di tutto il mondo detengono ora più oro che titoli di Stato statunitensi“, sottolinea Brown.
In particolare la Banca Popolare Cinese, che a marzo ha aumentato le sue riserve di 160.000 once troy, segnando il 17° mese consecutivo di acquisti. A conferma della figura dell’oro come strumento strategico di protezione. O forse no? In realtà, ci sono state alcune banche centrali hanno operato vendite mirate. Come la Banca centrale turca, che a marzo ha ceduto circa 60 tonnellate, per un valore superiore a 8 miliardi di dollari, nel tentativo di difendere la propria moneta nazionale.
Oro e bene rifugio: opportunità e rischi per i possessori di certificati
Insomma, il metallo prezioso è e rimane un bene rifugio, ma abbastanza ambivalente: vulnerabile alle condizioni di mercato, ma cruciale come strumento di stabilità e sicurezza geopolitica. Il che potrebbe essere una fonte di opportunità e rischi per investitori e possessori di certificati.
Il recente rialzo del metallo, spinto dal cessate il fuoco tra Stati Uniti e Iran e dalle mosse strategiche delle banche centrali, offre infatti la possibilità di guadagni interessanti, soprattutto per chi ha acquistato durante le settimane di svalutazione legate al conflitto in Medio Oriente.
Tuttavia, la sua natura stessa come asset improduttivo rende questi strumenti vulnerabili a fattori macroeconomici come l’inflazione e i tassi di interesse: acquistare oro quando i Treasury Bond USA a 10 anni offrono rendimenti prossimi al 4% comporta un costo opportunità non trascurabile. Inoltre, le vendite occasionali da parte di alcune banche centrali, come la Turchia, possono generare scossoni sui mercati secondari, aumentando la volatilità dei certificati.
Dall’altra parte, l’accumulo massiccio da parte di grandi istituzioni, in particolare la Banca Popolare Cinese, sottolinea l’importanza del metallo come assicurazione geopolitica. Per chi detiene certificati, questo significa che questo bene mantiene un ruolo cruciale come strumento di protezione del patrimonio, soprattutto in contesti di tensione internazionale, anche se non garantisce flussi di reddito regolari.


