Oro in rialzo dopo un mese in perdita: incertezze e timori inflazionistici turbano il rally del metallo

L’oro apre la settimana in rialzo, riportandosi sopra quota 4.500 dollari l’oncia dopo aver sfiorato i 4.000 nella scorsa ottava. Un recupero significativo che arriva al termine di un mese particolarmente negativo: il metallo prezioso ha infatti ceduto oltre il 14% nelle ultime quattro settimane, registrando la flessione mensile più marcata degli ultimi vent’anni.

A pesare, in parallelo a quanto osservato per le materie prime energetiche, è il conflitto in Medio Oriente. Un fattore che, in modo controintuitivo, non sta alimentando la domanda, ma piuttosto le vendite, nonostante l’oro sia tradizionalmente considerato il bene rifugio per eccellenza. O forse no?

Oro, rally interrotto: -15% nell’ultimo mese

Quotazioni in calo nonostante l’escalation geopolitica. In genere, il metallo prezioso tende a reagire con forza all’indomani di nuove tensioni globali: è accaduto a ottobre con il deteriorarsi dei rapporti tra Stati Uniti e Cina e, più recentemente, a gennaio con l’attacco lampo in Venezuela. In entrambi i casi, l’oro aveva aggiornato i massimi, spingendosi prima oltre i 4.000 e poi sopra i 5.000 dollari l’oncia.

Questa volta, no. Dall’inizio del conflitto in Medio Oriente, infatti, il metallo giallo ha mostrato una dinamica opposta, finendo sotto pressione e scivolando sotto la soglia dei 5.000 dollari, arrivando a tratti su livelli comparabili a quelli dell’autunno scorso. Un comportamento anomalo, già osservato nelle ultime settimane, con l’oro incapace di beneficiare pienamente del suo tradizionale status di bene rifugio.

Nonostante un timido recupero nell’ultima ottava, il bilancio resta negativo: dall’inizio della guerra le quotazioni segnano una flessione intorno al 15%. Il movimento si è sviluppato in larga parte in parallelo con i mercati azionari, mentre si è osservata una relazione inversa rispetto al petrolio, spinto al rialzo dalle tensioni geopolitiche e dalle preoccupazioni sull’offerta energetica, tra WTI e Brent che viaggiano oggi rispettivamente tra i 100 e i 110 dollari al barile.

Cosa sta realmente spingendo l’oro al ribasso?

Con molta probabilità, i timori di una nuova impennata dell’inflazione, e le conseguenti aspettative di un aumento dei tassi di interesse. Uno scenario in cui il metallo prezioso sconta la sua natura di asset improduttivo: l’oro infatti non genera flussi di reddito, né sotto forma di dividendi né di cedole. E comprare oro in un momento in cui i rendimenti dei Treasury Bond USA superano la soglia del 4,2% per i Treasury a 10 anni significa sostenere un costo (in termini di mancato guadagno) particolarmente elevato.

Da qui le prese di profitto dopo la lunga corsa degli ultimi mesi. Una fase di realizzi che, pur incidendo nel breve periodo, non cancella la performance complessiva: ai livelli attuali, l’oro resta comunque in rialzo di oltre il 48% su base annua.

A offrire un ulteriore spunto è anche un’analisi di Deutsche Asset & Wealth Management (DWS), che ha rimesso in discussione il ruolo dell’oro come bene rifugio. I dati storici mostrano che tra il 1975 e il 2016 il metallo tendeva ad apprezzarsi nelle giornate di forte calo dei mercati azionari, con una correlazione negativa rispetto all’S&P 500 pari a -0,13.

Dal 2016 in poi, però, il comportamento sembra essere cambiato: nelle fasi di maggiore stress, l’oro tende a muoversi nella stessa direzione delle azioni. Una dinamica attribuita alla crescente presenza di investitori passivi e a strategie con vincoli di rischio rigidi: in caso di margin call, si vende ciò che è più liquido e in guadagno. E l’oro, dopo un rialzo del 25% nei primi due mesi dell’anno, si trovava esattamente in questa posizione.

Secondo DWS, dunque “il metallo prezioso continua a rappresentare un valido strumento di diversificazione, ma le sue caratteristiche di bene rifugio risultano variabili nel tempo e dipendenti dal contesto“.

L’ottimismo di Goldman Sachs: l’oro a 5.400 dollari entro fine 2026

Nonostante il recente scivolone, non manca l’ottimismo circa un eventuale recupero durante l’anno in corso. Ne é un esempio l’ultima stima di Goldman Sachs, secondo cui il metallo prezioso potrebbe spingersi fino a quota 5.400 dollari l’oncia, grazie a driver quali i continui acquisti delle banche centrali e la possibilità di ulteriori due tagli dei tassi di interesse negli Stati Uniti nel corso dell’anno.

Nel breve termine, tuttavia, il quadro resta più fragile. Gli esperti avvertono della presenza di “rischi tattici al ribasso”, con quotazioni che potrebbero scendere fino a 3.800 dollari l’oncia nel caso in cui lo shock sull’offerta energetica dovesse intensificarsi. Tuttavia, “il potenziale di rialzo rimane significativo se la guerra con l’Iran dovesse contribuire ad accelerare la diversificazione dagli asset occidentali tradizionali“.

A sua volta, gli analisti liquidano come improbabil i timori che alcune banche centrali possano vendere oro per sostenere le proprie valute. I paesi del Golfo sono più propensi a intervenire liquidando titoli del Tesoro statunitensi, poiché “in genere operano con valute ancorate al dollaro“, hanno spiegato. Ipotizzando l’assenza di ulteriori investimenti da parte del settore privato, gli analisti prevedono infine che la volatilità dei prezzi si modererà nel medio termine, consentendo agli acquisti del settore pubblico di accelerare nuovamente e raggiungere una media di circa 60 tonnellate al mese.

Oro tra rialzi e ribassi: opportunità e rischi per i possessori di certificati

Per farla breve, investitori e possessori di certificati legati al metallo prezioso dovrebbero mantenere un livello di attenzione elevato, anche perché il contesto che si presenta oggi è decisamente più articolato e meno prevedibile rispetto al recente passato.

Il venir meno (almeno nel breve) del classico ruolo di bene rifugio introduce infatti dinamiche meno prevedibili, con il metallo che si muove talvolta in sintonia con l’azionario e sotto pressione proprio nelle fasi di tensione geopolitica. Questo cambia radicalmente la lettura del rischio: non basta più attendersi un rialzo automatico in caso di crisi per proteggere le strutture.

Inoltre, la discesa sotto i 5.000 dollari e le fasi di volatilità accentuata aumentano il rischio per i certificati con barriere, soprattutto quelli emessi dopo il rally iniziale dell’anno. In questi casi, movimenti improvvisi al ribasso possono avvicinare rapidamente i livelli critici, mentre il contesto di tassi elevati rende meno “costoso” per gli investitori uscire dall’oro, amplificando le vendite e quindi le oscillazioni.

Allo stesso tempo, il recupero sopra i 4.500 dollari e le prospettive ancora rialziste nel medio periodo mantengono aperto uno scenario favorevole per i certificati con meccanismi cedolari o autocall. In presenza di una stabilizzazione dei prezzi, questi strumenti possono tornare a offrire rendimenti interessanti, soprattutto se costruiti su livelli oggi più conservativi rispetto ai picchi recenti.

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