Dopo una fase di lieve arretramento nei giorni scorsi, il prezzo del petrolio torna a salire, con il WTI e Brent attorno ai 110 dollari al barile. Un nuovo rally sostenuto dalle dichiarazioni del presidente Donald Trump, mentre i mercati continuano a risentire delle tensioni legate allo Stretto di Hormuz, ancora in larga parte chiuso al traffico navale.
Un contesto tutt’altro che rassicurante, destinato tra l’altro a peggiorare secondo le ultime stime di Intesa Sanpaolo, che ipotizzano un Brent fino a 150 dollari al barile, oltre il massimo storico registrato nel 2008.
Petrolio in rally, il discorso di Trump accende i mercati
Il petrolio torna a correre con forza dopo che il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha ventilato la possibilità di un’escalation del conflitto con l’Iran nelle prossime settimane. Se fino a ieri il WTI era tornato sotto i 100 dollari, durante e a fine discorso il prezzo è salito verso i 110 dollari. Stesso destino per il Brent, passato da poco meno di 99 dollari agli odierni 109 dollari.
Dopo un iniziale calo in concomitanza con il discorso di Trump, i mercati hanno provato a recuperare terreno, spinti dalle sue parole su una possibile risoluzione del conflitto in Medio Oriente entro poche settimane. Tuttavia, il successivo intervento dalla Casa Bianca ha alimentato nuove incertezze: il presidente ha dichiarato che gli Stati Uniti colpiranno duramente l’Iran entro due o tre settimane e che lo Stretto di Hormuz tornerà a riaprirsi “naturalmente” solo al termine della guerra, senza fornire indicazioni precise su tempi e modalità.
Shock petrolifero in arrivo per il petrolio? Tre scenari da Intesa Sampaolo
Il Medio Oriente torna a incendiare i mercati energetici, spingendo il petrolio verso un nuovo e potenziale scatto rialzista. Addirittura, secondo l’ultimo Focus Commodity di Intesa Sanpaolo, si stanno delineando condizioni tali da portare il greggio su livelli mai visti negli ultimi vent’anni, con il rischio concreto di superare persino i massimi storici.
Nell’analisi di Intesa, partendo dallo scenario base (Stretto di Hormuz bloccato fino a metà maggio), il mercato globale potrebbe trovarsi ad affrontare un deficit di circa 3 milioni di barili al giorno nel secondo trimestre del 2026. Una carenza che verrebbe solo parzialmente compensata nella seconda metà dell’anno da un recupero dell’offerta. Qui, il Brent registrerebbe una media annua intorno ai 90 dollari per poi scendere rapidamente verso i 70 dollari a fine anno, con il progressivo ritorno alla normalità dei flussi.
Tuttavia, i rischi geopolitici restano elevati: secondo l’economista Daniela Corsini, i rischi geopolitici e la gravità dell’ammanco di offerta che si registrerà nel secondo trimestre “dovrebbero comunque spingere il Brent verso nuovi record di prezzo in area 150 dollari“. Si tratta del prezzo più alto di sempre, superiore al massimo registrato a luglio 2008, quando raggiunse i 148 dollari al barile.
Di contro, in uno scenario più ottimistico (risoluzione rapida del conflitto entro metà aprile), il Brent potrebbe mantenersi su livelli decisamente più contenuti: una media di 73 dollari nel 2026, con un picco di circa 80 dollari nel secondo trimestre e un ritorno ai livelli pre-crisi già nel 2027, intorno ai 64 dollari. Se invece dovesse prevalere uno scenario negativo (Hormuz bloccato fino a fine agosto e danni rilevanti alle infrastrutture energetiche), la media annuale potrebbe salire a 108 dollari, con picchi trimestrali fino a 145 dollari e un rientro molto più lento, con prezzi ancora elevati anche nel 2027.
