Sempre più bassi i prezzi del petrolio nel mercato finanziario: nell’ultima seduta, i future sul greggio Brent hanno registrato un calo dell’1,2%, attestandosi a 58,8 dollari al barile, livelli minimi dall’inizio del 2021. A spingere questo trend ribassista contribuiscono le prospettive sempre più positive di un accordo di pace tra Russia e Ucraina, insieme ai segnali di possibile sovrabbondanza di offerta previsti per il 2026.
Brent ai minimi dal 2021 grazie al proseguo delle trattative Russa-Ucraina
Il Brent non raggiungeva questi livelli da quasi cinque anni, pur restando comunque elevato se confrontato con la media dell’ultimo decennio. Prima dello scoppio del conflitto russo-ucraino, il prezzo del greggio si manteneva sotto i 100 dollari al barile, arrivando addirittura a 29 dollari nel 2016, il secondo minimo decennale dopo il crollo di aprile 2020 durante la pandemia di Covid, quando scese a 19-20 dollari.
Dopo l’inizio della guerra, il barile ha superato il tetto dei 110 dollari, per poi stabilizzarsi in un intervallo tra i 70 e i 90 dollari negli anni successivi, influenzato anche da altri scenari geopolitici come la Striscia di Gaza e l’Iran, ma sempre in particolare dal conflitto russo-ucraino.
Proprio quest’ultimo conflitto sembra muoversi verso una direzione più positiva: il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha dichiarato recentemente che un accordo per porre fine alla guerra in Ucraina è “più vicino ora di quanto lo sia mai stato”. Se dovesse venire raggiunto, potrebbe avere un impatto immediato e significativo sul mercato petrolifero, anche perché eliminerebbe in parte le distorsioni logistiche generate dalle sanzioni sulle esportazioni russe.
“C’è una grande quantità di petrolio bloccata in catene di approvvigionamento estese“, ha affermato Martijn Rats, stratega globale per le materie prime di Morgan Stanley. Mentre la maggior parte del petrolio russo ha continuato a raggiungere il mercato nonostante i successivi cicli di sanzioni, le petroliere sono state costrette a percorrere distanze molto più lunghe dai porti occidentali della Russia agli acquirenti in India o Cina. “Se riuscissimo a tornare ai modelli commerciali storici, sarebbe quasi come una liberazione delle scorte“, ha affermato Rats. “Sicuramente decine di milioni, forse qualche centinaio di milioni di barili potrebbero essere resi disponibili perché non sono più bloccati su queste lunghe rotte“.
Petrolio in calo anche per rischio sovrabbondanza e dati cinesi
Un ulteriore fattore che spinge al ribasso i prezzi del petrolio è il timore di un’imminente sovrabbondanza dell’offerta. Secondo l’Agenzia Internazionale per l’Energia (AIE), la produzione globale nel 2025 è aumentata di 3 milioni di barili al giorno, trainata sia dai paesi OPEC sia dai produttori non OPEC, tra cui Stati Uniti, Canada, Brasile e Argentina. Sebbene l’OPEC abbia recentemente frenato i piani di crescita e l’offerta sia diminuita il mese scorso a causa delle sanzioni contro Russia e Venezuela, l’AIE prevede comunque un surplus medio di 3,7 milioni di barili al giorno nel 2026, un livello superiore a quello registrato durante la pandemia.
Ulteriori conferme della possibile sovrabbondanza di offerta arrivano dal benchmark petrolifero di Dubai. La curva forward del greggio di Dubai, utilizzata da trader e raffinatori asiatici per fissare i prezzi delle transazioni future, si è rapidamente indebolita: martedì lo spread tra i contratti di gennaio e febbraio è diventato brevemente negativo, con un lotto gennaio-febbraio scambiato a meno 2 dollari al barile, secondo fonti di mercato. Questo fenomeno, noto come contango, indica che i prezzi dei contratti a breve termine risultano inferiori a quelli a lungo termine, segnalando aspettative di eccesso di offerta nel breve periodo e un aumento dei costi di stoccaggio del greggio.
A pesare ulteriormente sulle quotazioni, oltre alle prospettive di pace in Ucraina e al rischio di sovrabbondanza, ci sono i dati economici cinesi deludenti pubblicati ieri. La produzione industriale della Cina ha rallentato al minimo degli ultimi 15 mesi, mentre le vendite al dettaglio hanno registrato il ritmo di crescita più lento da dicembre 2022, alimentando i timori che la domanda globale possa non essere sufficiente a sostenere l’aumento dell’offerta.
Tuttavia, secondo John Evans, analista di PVM, i prezzi avrebbero potuto scendere ancora di più “se non fosse stato per l’aumento della posta in gioco da parte degli Stati Uniti nei confronti del Venezuela”. Le esportazioni venezuelane sono infatti diminuite drasticamente dopo il sequestro di una petroliera e l’imposizione di nuove sanzioni a compagnie di navigazione e navi coinvolte nel commercio con il produttore latinoamericano.
Brent sotto pressione: opportunità e rischi per i possessori di certificati
Ribassi del Brent, sovrabbondanza di offerta, segnali di rallentamento della domanda cinese: in una parola, volatilità. E tutto ciò potrebbe ridurre il prezzo di riferimento su cui si basano i certificati, comprimendo i rendimenti. Allo stesso tempo, fenomeni come il contango nei mercati di Dubai possono influire sui prodotti derivati che replicano i future, generando effetti aggiuntivi sui prezzi di mercato.
Tuttavia, eventuali tensioni geopolitiche, come quelle tra Stati Uniti e Venezuela, possono agire da supporto temporaneo, limitando parzialmente il ribasso e creando opportunità di breve termine per chi gestisce strategicamente le proprie posizioni.
In sostanza, l’attuale scenario richiede ai possessori di certificati una maggiore attenzione alla gestione del rischio e al monitoraggio delle dinamiche geopolitiche ed economiche globali.
