Petrolio oltre quota 110 dollari: tensioni in Medio Oriente spingono i prezzi al rialzo

Torna sopra quota 110 il petrolio, mentre il presidente Donald Trump alza ulteriormente i toni, minacciando di colpire infrastrutture strategiche iraniane qualora le sue condizioni non vengano accettate entro la scadenza fissata per oggi, martedì 7 aprile.

Se dovesse scattare l’escalation nei prossimi giorni, potrebbe partire un nuovo rally dei prezzi dei carburanti, oltre che aprire la strada a misure di razionamento dei beni, come già si vede dai primi segnali provenienti dal settore aereo.

Crisi energetica globale alle porte: mercati del petrolio sotto pressione

È durata appena poche ore la pausa nel rialzo del petrolio: archiviata l’ipotesi di una tregua immediata di 45 giorni tra Iran e Stati Uniti, i prezzi hanno ripreso rapidamente la loro corsa. Il West Texas Intermediate (WTI) è tornato a essere scambiato intorno ai 113 dollari al barile, dopo un progresso dello 0,8% registrato lunedì, mentre il Brent ora si mantiene appena sotto la soglia dei 110 dollari.

A un mese dall’inizio del conflitto nel Golfo Persico, l’impatto sui mercati energetici si fa sempre più evidente: ogni giorno vengono a mancare circa undici milioni di barili tra greggio e prodotti raffinati, pari a oltre il 10% del consumo globale di petrolio, insieme a circa 300 milioni di metri cubi di GNL. Uno squilibrio che, secondo il direttore esecutivo dell’Agenzia Internazionale dell’Energia, Fatih Birol, rappresenta “la più grande minaccia alla sicurezza energetica mondiale di tutta la storia“.

Non sorprende quindi che le quotazioni restino sotto pressione da oltre cinque settimane, dopo aver sfiorato i 120 dollari al barile già nel mese scorso. Il rincaro di carburanti come jet fuel e diesel alimenta il rischio di una nuova fiammata inflattiva: nell’arco di una sola settimana i prezzi sono saliti complessivamente del 23%, aumentando la pressione sui livelli di inflazione in Europa e negli Stati Uniti e comprimendo il potere d’acquisto delle famiglie, oltre a mettere sotto stress i bilanci delle imprese.

OPEC+ tenta di contenere i prezzi, ma il mercato resta instabile

È valso poco il tentativo di raffreddare la corsa dei prezzi da parte degli otto Paesi membri dell’OPEC+, quando domenica 5 aprile hanno concordato un aumento delle quote di produzione pari a 206.000 barili al giorno a partire da maggio. Secondo diversi analisti, questa misura rischia di restare sulla carta e di non essere sufficiente a riequilibrare il mercato.

A dimostrarlo è stata la reazione immediata delle quotazioni: è bastato il rifiuto dell’Iran alla proposta statunitense, unito agli attacchi israeliani e americani contro impianti petrolchimici a Teheran, per invertire nuovamente la rotta di West Texas Intermediate e Brent.

Tra l’altro, i flussi provenienti da Paesi chiave come Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Kuwait e Iraq risultano fortemente ridotti; e sono gli unici in grado di incrementare in modo significativo la produzione al momento. Senza una piena operatività delle rotte attraverso lo Stretto di Hormuz, la capacità dei grandi esportatori di immettere nuovo greggio sul mercato resta di fatto bloccata.

Il che potrebbe preannunciare l’inizio di forti carenze di carburante per tutta la filiera, dai consumatori ai settori della mobilità. Non a caso, diversi aeroporti hanno già segnalato criticità negli approvvigionamenti.

Petrolio e rischio shock secondo JPMorgan: le prospettive per i possessori di certificati

Si delinea dunque all’orizzonte una possibile crisi finanziaria e industriale di ampia portata. Tant’è vero che Jamie Dimon, numero uno di JPMorgan Chase, ha avvertito che il conflitto in corso potrebbe generare uno shock sui prezzi delle materie prime, con effetti diretti su inflazione e tassi di interesse, destinati a salire ulteriormente. E non solo. Il manager ha espresso preoccupazioni anche sul fronte del credito privato pur sottolineando che, allo stato attuale, non si tratterebbe “probabilmente” di un rischio sistemico.

Quindi, in linea di massima, uno scenario di forte volatilità per investitori e possessori di certificati, con opportunità e altrettanti rischi. Ad esempio, i certificati legati a sottostanti energetici come appunto il petrolio potrebbero beneficiare del rialzo delle quotazioni, soprattutto nel caso di strumenti a leva o con bonus condizionati al mantenimento di determinate barriere.

Al contrario, i certificati collegati a indici azionari o panieri di titoli industriali rischiano di subire pressioni, tra inflazione in aumento e tassi più elevati, che incidono negativamente sulle valutazioni di mercato. Occorre dunque tenere alta l’attenzione nei prossimi giorni, visto che la situazione in Medio Oriente si evolverà velocemente già nelle prossime ore.

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