Giorni turbolenti per il petrolio, in calo dopo l’attacco degli Stati Uniti al Venezuela, Paese che custodisce gran parte delle riserve petrolifere mondiali. Nonostante ciò, l’OPEC+ ha deciso di mantenere stabile la produzione di petrolio.
Venezuela e petrolio, tra regime change e produzione da rilanciare
Sono passate circa 48 ore dall’operazione militare condotta dagli Stati Uniti contro il Venezuela, che ha portato a raid su Caracas e altre aree del paese e alla cattura del presidente Nicolás Maduro e di sua moglie. Negli ultimi giorni si discute apertamente di possibile “regime change” e della possibilità di un governo transitorio venezuelano che potrebbe portare a un riavvio dei rapporti commerciali con gli Stati Uniti, in particolare nel settore petrolifero, attualmente limitati da sanzioni e da anni di contrasti.
Un ritorno alle relazioni pre‑2019 (quando gli Stati Uniti erano tra i principali clienti del greggio venezuelano prima delle sanzioni) potrebbe infatti favorire la ripresa della produzione petrolifera, dal momento che il Paese dell’Opec+, pur detenendo le più grandi riserve petrolifere provate al mondo (circa il 17% delle riserve petrolifere globali, ovvero 303 miliardi di barili, secondo l’Energy Institute di Londra), rappresenta solo una piccola quota dell’offerta globale: meno dell’1–1,1% alla produzione globale.
In pratica un settimo di quanto produceva decenni prima: negli anni ’70, il Venezuela arrivò a produrre fino a 3,5 milioni di barili al giorno, superando il 7% della produzione mondiale di allora. La produzione è poi scesa sotto i 2 milioni di barili al giorno durante gli anni 2010 e si è attestata in media a circa 1,1 milioni di barili al giorno lo scorso anno, complici l’infrastruttura deteriorata, la mancanza di investimenti e le restrizioni internazionali.
Secondo gli analisti di JPMorgan, una transizione politica potrebbe appunto consentire al Venezuela di aumentare la produzione a 1,3-1,4 milioni di barili al giorno entro due anni e, nel prossimo decennio, potenzialmente raggiungere i 2,5 milioni al giorno, in pratica il triplo rispetto agli attuali circa 800.000 barili quotidiani.
OPEC+ indifferente al Venezuela: la produzione rimane stabile
Nonostante le tensioni crescenti sui mercati, l’OPEC+, il cartello che riunisce Arabia Saudita, Russia, Iraq, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Kazakistan, Algeria e Oman, ha deciso di mantenere stabile la produzione di petrolio.
La decisione è stata comunicata al termine di una breve riunione online, convocata dopo che i prezzi del greggio hanno registrato nel 2025 un calo annuo superiore al 18%, il più marcato dal 2020, a causa delle crescenti preoccupazioni legate all’eccesso di offerta.
A novembre, gli otto membri principali avevano già concordato di sospendere gli aumenti della produzione previsti per gennaio, febbraio e marzo, considerando la domanda relativamente debole durante l’inverno nell’emisfero settentrionale. La riunione di domenica ha confermato questa politica, senza affrontare la questione del Venezuela, come ha precisato un delegato dell’OPEC+.
Nel corso del 2025, gli otto principali membri dell’OPEC+ avevano incrementato i target di produzione di circa 2,9 milioni di barili al giorno, pari a quasi il 3% della domanda mondiale, con l’obiettivo di riconquistare quote di mercato.
Brent e WTI in bilico: l’andamento del prezzo del petrolio in futuro
Un aumento della produzione venezuelana (così come di quella dell’OPEC+) potrebbe avere un impatto significativo sui prezzi del petrolio nei prossimi mesi o anni.
Già oggi, in seguito all’attacco degli Stati Uniti, il mercato ha reagito con un calo: il Brent scambia in flessione dell’1,25% intorno ai 60 dollari al barile, dopo una seduta iniziale altalenante, mentre il West Texas Intermediate (Wti) si attesta a circa 56,6 dollari, in calo dell’1,3%.
Guardando al lungo periodo, secondo Goldman Sachs, il prezzo del petrolio nel 2026 dovrebbe raggiungere i 56 dollari (Brent) e i 52 dollari (WTI) al barile. Addirittura, secondo Neil Shearing, capo economista di Capital Economics, il prezzo del petrolio potrebbe scendere ulteriormente fino a 50 dollari al barile, se dovesse aumentare in futuro l’offerta globale. “Prevediamo che la crescita dell’offerta globale nel prossimo anno spingerà i prezzi del petrolio verso i 50 dollari.”
Petrolio venezuelano nell’incertezza assoluta: consigli per i possessori di certificati
Al momento, il mercato del petrolio venezuelano è avvolto da un’incertezza totale: il futuro del governo, del Paese e della produzione di greggio resta indefinito. Il che non è il massimo per investitori e possessori di certificati legati al petrolio.
Nei prossimi giorni è però possibile un po’ di forte volatilità, alimentato dalle odierne tensioni politiche in Venezuela. I prezzi del Brent e del WTI potrebbero oscillare rapidamente, incidendo direttamente sul valore dei certificati, in particolare quelli a leva o inversi. Difficile però che i prezzi possano avvicinarsi alla soglia dei 50 dollari al barile: dovrebbe esplodere l’offerta in poco tempo, e al momento questo scenario è abbastanza irrealistico.
A prescindere, è bene che gli investitori seguano con attenzione l’evolversi della situazione geopolitica e le stime di produzione, calibrando l’orizzonte temporale dei propri strumenti per gestire al meglio rischi e opportunità.
