Treasury USA in calo tra defezioni straniere e rialzi dei tassi: decisive le mosse di FED e BoJ

Sempre meno Treasury nelle mani delle potenze straniere, in particolare di Cina e Giappone: la settimana post-Ringraziamento viaggia in territorio negativo per i titoli del Tesoro, con i tassi d’interesse ormai oltre il 4% che diventano un altro dato chiave per la prossima riunione della FED.

Cina e Giappone riducono i Treasury USA: i motivi della defezione

Fino a pochi anni fa, gli Stati Uniti potevano contare sul sostegno di grandi potenze come Cina e Giappone nella detenzione dei Treasury. Nel 2013 la Cina possedeva circa un terzo del debito USA in mano agli investitori stranieri, mentre il Giappone deteneva circa il 20% di quella quota.

Oggi la situazione è cambiata: i due storici maggiori detentori stranieri di Treasury hanno progressivamente ridotto la loro esposizione. In particolare la Cina, che nel corso del 2025 ha visto la propria quota scendere a circa 700 miliardi di dollari, dai picchi oltre 1.300 miliardi di qualche anno fa. Al punto da farsi superare dal Regno Unito: oggi Londra  detiene il 9,7% dei Treasury stranieri, contro il 7,6% della Cina.

La decisione della Cina di ridurre le proprie partecipazioni è legata principalmente a motivazioni economiche. A metà 2024, Wang Youxin, ricercatore senior presso Bank of China, spiegava che la riduzione delle detenzioni a 767,4 miliardi di dollari alla fine di marzo era “determinata dall’aumento dei tassi di interesse negli Stati Uniti, mentre la liquidità e la sicurezza dell’asset sono state influenzate dall’espansione del debito americano e dai rischi di sostenibilità associati“.

Per il Giappone, invece, il problema è inverso: i tassi dei bond locali stanno diventando sempre più interessanti grazie alle misure ultraespansive annunciate dal nuovo premier Sanae Takaichi. Negli ultimi giorni i rendimenti a 10 anni sono saliti all’1,88% (massimi dal 2008) e i trentennali al 3,9% (massimi di sempre), il che li rende decisamente allettanti non solo per gli investitori esteri, ma anche per quelli domestici, da decenni improntati più nella diversificazione all’estero.

Treasuries USA, fuga dei capitali verso nuovi bond

Tutto ciò non gioca di certo a favore degli USA, e soprattutto della politica di Donald Trump, che punta a ridurre l’enorme debito pubblico del Paese: 36mila miliardi di dollari, con interessi che ammontano a circa 1.000 miliardi all’anno.

Debito che sembrava fino a ieri sostenibile grazie al “patto segreto” tra le superpotenze detentrici di Treasuries: per anni Cina e Giappone, grandi esportatori verso gli Stati Uniti, acquistavano massicciamente titoli di Stato americani, il che permetteva di bilanciare sia il deficit commerciale (alimentato dall’import) sia quello fiscale (alimentato dagli acquisti di bond). Oggi però questo meccanismo si sta incrinando, con capitali che si spostano verso altri mercati a scapito di quello americano.

E qui l’incognita: quanto potrà durare questa “fuga”? Per saperlo occorrerà attendere i due appuntamenti chiave da qui a fine anno: la riunione del Comitato della FED il 10 dicembre, e quello della Bank of Japan il 19 dicembre.

La prima Banca Centrale deciderà se tagliare i tassi, mentre la Bank of Japan valuterà o meno se aumentare ancora una volta i tassi, dopo l’upgrade di gennaio di 25 punti. Se dovesse accadere, sarebbe un altro bel problema per gli USA: l’ulteriore rialzo potrebbe richiamare altri capitali verso Tokyo, riducendo ulteriormente gli investimenti nei bond statunitensi ed europei. E peggiorando così la situazione, come sta facendo anche la politica cinese di defilarsi dai Treasuries in favore di altri asset (oro in primis).

Treasuries USA sotto pressione in vista della prossima riunione FED

Ormai in una sorta di “black‑out informativo”, la FED si avvicina all’ultimo appuntamento dell’anno con pochi indicatori in mano: disoccupazione in risalita verso il 4,5%, rallentamento del manifatturiero, e il rendimento dei titoli di Stato statunitensi a 10 anni salito di tre punti base al 4,04%. 

Ad oggi i mercati scommettono con forza su un taglio dei tassi da parte della FED nella riunione del 9‑10 dicembre, con gli odds di CME Group vicini all’87‑90%, in risalita per via del recente annuncio del presidente Trump di aver scelto chi guiderà la Banca Centrale in sostituzione di Jerome Powell. Sebbene il nome non sia stato ancora ufficializzato, al momento è dato come favorito Kevin Hassett, direttore del Consiglio Economico Nazionale della Casa Bianca.

Favorito da Trump, ma meno dai mercati: gli investitori obbligazionari hanno recentemente espresso al Tesoro statunitense la loro preoccupazione per la potenziale nomina di Kevin Hassett a presidente della Federal Reserve. In breve, temono possa ridurre i tassi in modo aggressivo per soddisfare le richieste del Presidente, anche se l’inflazione dovesse rimanere sopra il target del 2% della Fed.

Secondo alcuni analisti, la combinazione di politica monetaria accomodante e inflazione elevata potrebbe scatenare una svendita dei Treasury a lungo termine. Inoltre, diversi operatori dubitano che Hassett riuscirebbe a convincere un consiglio della Fed diviso, rendendo incerta la capacità di ottenere consenso sulle decisioni sui tassi.

Treasury USA a rischio? A cosa devono stare attenti i possessori di certificati

Come detto, sarà necessario attendere i prossimi appuntamenti della Fed e della Bank of Japan per comprendere meglio l’evoluzione dei mercati. Di certo, lo scenario non è dei più favorevoli, soprattutto per i possessori di certificate legati ai Treasury, poiché l’incertezza sulle mosse delle due banche centrali sta alimentando la volatilità (e quindi le potenziali perdite) sul valore dei prodotti collegati ai titoli di Stato americani.

Anche se tutto ciò dipende dal certificato: ulteriori rialzi dei rendimenti potrebbero comportare una riduzione del prezzo per i certificate con sottostante a tasso fisso, al contrario, i certificate strutturati su titoli con cedole variabili o protetti da barriere possono beneficiare dei tassi più elevati.

Resta comunque elevato il rischio legato all’instabilità politica e monetaria: ogni cambiamento nella politica della FED (cut si o no, Hassett si o no) o della BoJ, così come ulteriori disinvestimenti da parte di grandi detentori come Cina e Giappone, potrebbe amplificare le oscillazioni e aumentare l’incertezza sui ritorni attesi.

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