Esce pochi giorni prima dell’ultima riunione 2025 del FED il nuovo report sull’inflazione negli Stati Uniti, mostrando dati piuttosto incoraggianti che potrebbero favorire l’ipotesi di un taglio dei tassi. Nel frattempo, i Treasury bond americani raggiungono una nuova soglia.
USA, l’inflazione sale a settembre meno del previsto
I redditi e le spese delle famiglie americane crescono in linea con le attese. Lo conferma l’ultimo report del Bureau of Economic Analysis (BEA), secondo il quale i consumi personali (PCE) sono aumentati dello 0,3% a settembre, confermando il dato del mese precedente. Il PCE price index core, principale indicatore dell’inflazione, registra una crescita dello 0,2% su base mensile, in linea con le stime degli analisti e con il mese precedente, e un aumento del 2,8% su base annua, leggermente inferiore al consensus (+2,9%) e al dato precedente (+2,9%).
Questi risultati, diffusi venerdì, confermano le attese degli economisti, che prevedevano una crescita dello 0,2% da agosto e un rialzo annuo al 2,8%, secondo FactSet. A contribuire in particolare all’inflazione complessiva sono i prezzi del gas, che hanno registrato un aumento a settembre, mentre i prezzi dei prodotti alimentari sono saliti per il secondo mese consecutivo. Tuttavia, energia e alimentari restano categorie particolarmente volatili, soggette a variazioni temporanee, motivo per cui la Fed sta monitorando con attenzione il PCE core, soprattutto in vista della prossima riunione.
Economia USA sotto la lente della FED:
Cresce anche l’attesa da parte degli investitori sulla prossima riunione della FED, in programma tra il 9 e il 10 dicembre, ormai tra i principali market movers del mese. Anche se il suo esito appare sempre più scontato: la stragrande maggioranza degli operatori prevede che la banca centrale statunitense ridurrà i tassi di interesse di un quarto di punto percentuale, portandoli a un intervallo compreso tra 3,5% e 3,75% per la terza riunione consecutiva. Secondo un sondaggio del Chicago Booth Clark Center per il Financial Times, l’85% dei 40 intervistati ritiene probabile il taglio dei tassi. In linea tra l’altro con gli ultimi dati sugli odds di CME Group, che indicano circa 80% di probabilità per il cut.
All’interno del Comitato, però, le posizioni non sono ancora unanimi. Tra i membri contrari al taglio figurano il presidente della Fed di Kansas City, Jeff Schmid, il governatore Michael Barr, Susan Collins, presidente della Fed di Boston, e Austan Goolsbee di Chicago. Sul fronte opposto, personalità come Stephen Miran sostengono invece un taglio più consistente, fino a 50 punti base.
Nodo centrale del confronto tra le due fazioni (i “falchi”, favorevoli al taglio, e le “colombe”, contrari) riguarda la crescita economica degli Stati Uniti. I falchi evidenziano un’espansione relativamente solida del Paese, che renderebbe possibile un allentamento dei tassi senza rischi significativi. Le colombe, invece, sottolineano come gran parte di questa crescita dipenda dal boom dell’IA e delle attività ad essa correlate, che ha spinto la spesa in conto capitale e sostenuto i consumi grazie alle performance dei titoli tecnologici. In altre parole, un’economia la cui solidità potrebbe rivelarsi fragile: se la crescita legata all’IA dovesse rallentare o scoppiasse una bolla nei mercati tech, l’economia del Paese potrebbe rallentare sensibilmente, se non addirittura rischiare la recessione.
Treasury USA decennali verso nuovi massimi: l’analisi di ING
Nonostante i segnali incoraggianti sull’inflazione, l’ultimo report di ING segnala un aumento dei rendimenti dei titoli del Tesoro statunitense di 4 punti base (pb) lungo la curva. A spingere in particolare sono stati i rendimenti dei titoli canadesi, “che hanno guadagnato terreno dopo un rapporto sull’occupazione più positivo del previsto“. Questo ha portato i rendimenti dei titoli decennali USA a chiudere la settimana con un rialzo di 12 pb, il più marcato da aprile.
Secondo ING, i rendimenti si stanno avvicinando alla linea del collo di un potenziale pattern testa e spalle invertito tra il 4,17% e il 4,19%. Per la cronaca, il pattern testa e spalle invertito (inverted head-and-shoulders pattern) è considerato un segnale rialzista nell’analisi tecnica: la “linea del collo” rappresenta il livello di resistenza chiave da superare. Una rottura netta oltre questo intervallo potrebbe quindi aprire la strada a un ulteriore aumento dei rendimenti decennali fino al 4,50%.
Sebbene un rialzo così marcato sia probabilmente più realistico nel 2026, un aumento rapido potrebbe avere ripercussioni anche sul mercato azionario. ING individua diversi possibili catalizzatori per l’aumento dei rendimenti obbligazionari statunitensi: l’imminente spinta fiscale derivante dal “One Big Beautiful Bill”, il taglio dei tassi da parte della FED per sostenere una crescita resiliente, il più ampio slancio reflazionistico che si sta trasmettendo ai rendimenti globali a lungo termine, e i dati chiave pubblicati prima della decisione della FED di giovedì.
Taglio dei tassi FED e rendimenti Treasury: equilibrio delicato per possessori di certificati
Saranno giorni cruciali per investitori e possessori di certificati di investimento, tra riunione FED e andamento dei tassi dei rendimenti Treasury. Nel caso della prossima mossa della Federal Reserve, un taglio dei tassi di interesse di un quarto di punto percentuale, come previsto dalla maggioranza degli investitori, potrebbe favorire la performance dei certificati collegati a mercati azionari o a indici sensibili ai tassi.
Per quanto riguarda invece il fronte dei Treasury bond, l’aumento dei rendimenti dei titoli decennali rappresenta un segnale di possibile pressione sui certificati legati a strumenti a reddito fisso. Una rottura al rialzo verso il 4,50% potrebbe infatti ridurre il valore di mercato di questi prodotti, rendendo più volatile il loro rendimento.
In pratica, i possessori di certificati si trovano a gestire un equilibrio delicato: nel breve termine, il possibile taglio dei tassi potrebbe sostenere gli strumenti azionari e indici legati al consumo; nel medio-lungo termine, un rialzo dei rendimenti obbligazionari potrebbe penalizzare prodotti sensibili ai tassi, soprattutto quelli legati a bond a lunga scadenza o a strategie di rendimento fisso.
