USA, obiettivo deficit/PIL al 3%: una sfida per la stabilità economica

La prima economia del mondo si pone un traguardo ambizioso: riportare il rapporto deficit/PIL al 3%, almeno entro la fine del secondo Governo Trump. Un obiettivo che, se raggiunto, restituirebbe stabilità a un Paese gravato da un debito sempre più ingestibile. Anche se la strada per arrivarci è tutta in salita.

Bessent: deficit-Pil intorno al 3% entro fine mandato

Vedere il rapporto deficit/Pil scendere a “qualcosa con un tre davanti” entro la fine del secondo mandato di Trump.

Questo è l’obiettivo a cui guarda il Segretario al Tesoro Scott Bessent, che durante la conferenza del Federal Reserve Board Community Bank a Washington ha evidenziato il calo del rapporto deficit/PIL come prova che le politiche economiche del presidente Donald Trump stanno funzionando senza provocare una recessione.

Secondo Bessent, la strada intrapresa è quella giusta, visti gli ultimi dati sul deficit.  “Il rapporto deficit/Pil ora ha un cinque davanti“, ha dichiarato, in calo rispetto al rapporto del 2024 “che era il più alto nella storia degli Stati Uniti quando non eravamo in guerra o non eravamo in recessione“.

In effetti, i numeri del Congressional Budget Office (CBO) confermano questa flessione: il rapporto deficit/Pil è sceso al 5,9% dal precedente 6,4%. Resta però il dato assoluto, pressoché invariato: 1.800 miliardi di dollari nel 2025, in linea con il 2024.

Un dato che, senza misure correttive, potrebbe andare direttamente a 2.000 miliardi.

Deficit (e debito) insostenibile: le preoccupazioni del CFRB

A evidenziare questo rischio è la presidente del Committee for a Responsible Federal Budget (CFRB), Maya MacGuineas, secondo la quale gli Stati Uniti si avviano a indebitarsi per quasi 2.000 miliardi di dollari all’anno nel prossimo decennio.

Il che sarebbe insostenibile, soprattutto considerando che il debito nazionale “è ormai pari all’intera economia americana e, a breve, supererà il suo massimo storico in rapporto al Pil, quello registrato subito dopo la Seconda guerra mondiale”.

Praticamente uno scenario pericoloso per la stabilità del Paese. E già le conseguenze si fanno sentire, dal momento che Washington ha perso il rating Tripla A da parte delle agenzie S&P, Fitch e di recente anche di Moody’s. A peggiorare la situazione contribuisce il Big Beautiful Bill Act del presidente Trump, che amplierà i tagli fiscali varati nel 2017. Secondo il CBO, tali misure potrebbero però ridurre le entrate di 3.700 miliardi di dollari in dieci anni, a fronte di risparmi per soli 1.300 miliardi grazie ai tagli alla spesa.

Come raggiungere la soglia del 3%

L’idea di portare il deficit al 3% non è del tutto nuova. Personalità della finanza come il miliardario Ray Dalio, fondatore dell’hedge fund Bridgewater Associates, da tempo chiedevano di ridurre il deficit. Lui stesso aveva proposto mesi fa al Congresso di portarlo dal 7,5% al 3% del PIL.

Ma come portarlo a questa soglia di sicurezza? Secondo il CFRB, il primo passo sarebbe porre fine allo shutdown attuale, giudicato “inutile e dispendioso”, con un costo stimato di centinaia di milioni di dollari al giorno. Al tempo stesso, si potrebbe lavorare su misure come il ‘Super Paygo’: per ogni dollaro di nuova spesa o di riduzione fiscale, andrebbero trovate delle compensazioni per due dollari.

Ma in particolare, secondo il comitato, l’amministrazione deve decidersi di affrontare la crisi di sostenibilità dei grandi programmi di previdenza sociale, in particolare Medicare e Social Security.

Servono dunque misure correttive ed efficaci. Altrimenti, se il debito continua a crescere senza alcun controllo, “gli Stati Uniti rischiano di perdere il loro status di superpotenza globale”. E i mercati dovrebbero prepararsi a una fase di forte instabilità.

Un bivio per i possessori di certificate

Due scenari si aprono per investitori e possessori di certificate. Da una parte, l’obiettivo raggiunto di un deficit al 3%, che migliorerebbe la percezione di solidità del debito sovrano statunitense, incidendo pertanto sui rendimenti dei Treasury e, di conseguenza, sulla strutturazione dei prodotti derivati legati ai tassi.

Dall’altro, il fallimento dell’obiettivo o l’aggravamento del debito, e dunque maggiori costi di copertura e volatilità sui sottostanti. Tutto ciò si tradurrebbe in possibili ricadute negative sulla valutazione stessa dei certificate.

È dunque inevitabile: ogni passo verso il 3% o ogni sbandamento rispetto a questo traguardo avrà ripercussioni dirette sul portafoglio degli investitori. Per questo motivo, sarà fondamentale pianificare con attenzione la gestione finanziaria nei prossimi mesi.

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