L’intelligenza artificiale è una bolla finanziaria o rappresenta una rivoluzione destinata a generare nuova ricchezza per le imprese? È la domanda centrale del decennio, attorno alla quale si sta cercando di capire se il quadro complessivo penda più verso la prima o la seconda ipotesi. Un caso emblematico è quello delle Big Tech, in particolare di Oracle, recentemente diventata un indicatore chiave per misurare il rapporto tra costi e benefici della nuova ondata tecnologica, anche alla luce del crescente ricorso all’indebitamento per sostenere gli investimenti.
AI tra rivoluzione e bolla: il caso Oracle
Oracle sta accelerando in modo significativo il ricorso al debito per finanziare i grandi investimenti promessi nei data center destinati allo sviluppo dell’IA. Secondo gli ultimi dati di bilancio, il gruppo guidato da Larry Ellison fino a oggi ha accumulato circa 165 miliardi di debiti complessivi. Un’espansione sostenuta soprattutto dall’aumento delle spese in conto capitale, balzate nello stesso periodo da 12 miliardi a oltre 50 miliardi.
A fronte di questo sforzo, la pressione finanziaria è già evidente. Gli investimenti stanno infatti assorbendo cassa in modo rilevante e il free cash flow è sceso in territorio negativo negli ultimi tre trimestri, con un disavanzo cumulato arrivato fino a circa -24 miliardi secondo Fortune.
Sul fronte del fatturato però c’è qualche segnale positivo. Nell’ultimo anno i ricavi sono saliti da 52 a 58 miliardi di dollari su base annua, trainati soprattutto dal cloud. Anche la redditività resta elevata, con un utile netto attorno ai 12 miliardi.
Sul fronte finanziario, Oracle sta inoltre continuando a diversificare le fonti di finanziamento, tra emissioni obbligazionarie e raccolta di capitale. Una strategia che punta a sostenere la crescita, ma che nel breve periodo espone il gruppo anche a una maggiore sensibilità alle reazioni dei mercati.
Oracle sotto pressione: il prezzo dell’intelligenza artificiale
La reazione dei mercati non si è fatta attendere: dai massimi di settembre 2025, quando aveva toccato quota 256 dollari per azione, il titolo Oracle ha perso oltre metà del suo valore. In queste settimane il prezzo si muove intorno ai 120 dollari, con una capitalizzazione scesa a circa 413 miliardi.
Alla fine gli investitori hanno iniziato a ridurre l’esposizione sul titolo Oracle, divisi tra le promesse di redditività futura e una situazione attuale caratterizzata da debito in forte crescita e cassa in rapido deterioramento.
A rafforzare il clima di cautela è anche l’aumento dei credit default swap sull’azienda, saliti fino a circa 200 punti base (tradotto: oggi il mercato richiede circa 2 dollari ogni 100 dollari di obbligazioni per assicurarsi contro un eventuale rischio di default).
AI e finanza globale: tra hype e surriscaldamento del settore tech
Sono tutti segnali di una crescente diffidenza da parte degli investitori, sempre più attenti al rischio che il settore possa trovarsi di fronte a un destino stile bolla dot-com dei primi anni Duemila.
Un’ipotesi che, tuttavia, non trova un consenso unanime tra analisti ed esperti, divisi tra chi intravede segnali di “surriscaldamento” e chi considera l’attuale fase come un ciclo di forti investimenti infrastrutturali legato alla trasformazione tecnologica in corso.
Resta il fatto che l’intero comparto tecnologico statunitense è oggi sotto pressione, spinto da piani di investimento estremamente aggressivi nella corsa al primato nell’IA. Le stime degli analisti indicano impegni complessivi superiori ai 600 miliardi di dollari nei prossimi anni, di cui una parte finanziata a debito, soprattutto per le aziende con una generazione di cassa insufficiente a sostenerli.
E se i tassi dovessero salire già quest’anno grazie alla guerra in Medio Oriente e all’eventuale fiammata dell’inflazione, il problema si acuirebbe.
Oracle e AI: scenario difficile per i possessori di certificati
Non proprio un bel scenario per investitori e possessori di certificati di investimento legati ai titoli tecnologici o direttamente esposti su Big Tech come Oracle. La combinazione tra forte volatilità azionaria, aumento del debito societario e pressione sui flussi di cassa incide infatti in modo diretto sulla dinamica dei sottostanti, che nei certificati strutturati determina sia il rischio di barriera sia la probabilità di rimborso anticipato.
In scenari di correzione marcata, come quello osservato nelle ultime settimane, aumenta tra l’altro il rischio di eventi di “autocall mancata” e di permanenza del prodotto in vita fino a scadenze più lunghe, con esposizione prolungata alle oscillazioni del sottostante.
In sostanza, per chi detiene questi strumenti, la fase attuale dell’IA non rappresenta solo una scommessa sulla crescita del settore, ma anche una prova di tenuta della struttura stessa dei prodotti, dove la solidità dei fondamentali delle aziende sottostanti diventa determinante quanto (se non più) del rendimento potenziale promesso.

