Non sono soltanto i prezzi dell’energia a essere travolti dalla tempesta perfetta generata dalla guerra in Iran: anche i metalli preziosi ne risentono pesantemente. Con il timore crescente di una nuova fiammata inflazionistica, molti si aspettavano che gli investitori si rifugiassero ancora una volta nell’oro, considerato il bene rifugio per eccellenza.
Tuttavia, nelle ultime sedute i futures sull’oro hanno registrato un calo significativo. Un andamento sorprendente, quasi inaspettato, che però nasconde motivazioni precise e interessanti.
Oro passa da 5.600 a 4.700 dollari in un mese, nonostante la guerra in Iran
L’oro si avvia verso la peggior performance settimanale degli ultimi sei anni, travolto dagli effetti della guerra in Iran, che ha fatto schizzare i prezzi dell’energia e ridotto le aspettative di nuovi tagli dei tassi. Nelle ultime sedute i lingotti sono stati scambiati intorno a 4.700 dollari l’oncia, segnando un calo settimanale di circa il 7%, un livello che non si vedeva da marzo 2020.
Si tratta di un valore decisamente inferiore rispetto ai circa 5.600 dollari toccati a gennaio, il massimo storico di sempre per il metallo prezioso. Tra l’altro in un momento storico come questo, con la guerra in Iran che imperversa da inizio mese e che ha spinto i prezzi dei beni energetici a livelli record. Il petrolio ha sfiorato nuovamente i 120 dollari al barile, complice l’escalation degli attacchi iraniani alle infrastrutture dei Paesi vicini del Golfo, in particolare Qatar ed Emirati Arabi Uniti. Anche il gas Dutch TTF ha registrato picchi storici, raggiungendo i 60 dollari al MWh dopo un rialzo del 12% nelle ultime sessioni.
All’inizio del conflitto, l’oro sembrava destinato a un rally: a metà febbraio si attestava intorno a 4.900 dollari, per poi schizzare a 5.400 dollari subito dopo l’uccisione dell’Ayatollah Khamenei. Quindi c’erano tutte le ragioni per temere il raggiungimento in tempi brevi dei 6.000 dollari, anticipando così le analisi di banche e istituti finanziari.
Eppure, nell’arco di due settimane, il metallo prezioso è crollato da 5.400 a 4.600 dollari, registrando un calo del 17% e stabilizzandosi ora nel range 4.600–4.700 dollari. Desta infatti una certa sorpresa questo andamento così irragionevole. Ma una spiegazione c’è.
Oro e guerra in Iran: perché il metallo non reagisce come previsto
A un primo sguardo, l’andamento dell’oro nelle ultime settimane di guerra in Iran appare in netto contrasto con il suo tradizionale ruolo di bene rifugio. In uno scenario caratterizzato da inflazione in aumento, ci si aspetterebbe infatti un rafforzamento delle quotazioni, non certo una correzione così marcata.
Tuttavia, l’oro va considerato anche come un asset alternativo, il cui peso nei portafogli degli investitori varia in funzione del contesto macroeconomico. In particolare, tassi di interesse più elevati, frutto di politiche monetarie restrittive, rappresentano un costo-opportunità significativo: a differenza di altri strumenti finanziari, il metallo prezioso non offre rendimenti.
Tra l’altro, il calo del metallo si è infatti verificato in parallelo con il rafforzamento del dollaro e l’aumento dei rendimenti dei titoli di Stato: i Treasury decennali sono saliti dal 3,95% registrato all’inizio del conflitto fino all’attuale 4,3%, mentre il cambio euro-dollaro è sceso da 1,18 a 1,15. A ciò si aggiunge la decisione da parte di FED e BCE di un’ulteriore pausa nei tagli dei tassi, mentre all’interno dei rispettivi comitati cresce l’ipotesi di un ritorno a politiche più restrittive per contenere una nuova ondata inflazionistica.
Di conseguenza, la prospettiva di nuovi rialzi dei tassi e l’aumento dei rendimenti obbligazionari hanno finito per controbilanciare le pressioni rialziste, spingendo al ribasso le quotazioni. E proprio per coprire le perdite, molti investitori hanno iniziato a liquidare le posizioni in oro, con conseguenti deflussi anche dagli ETF legati al metallo prezioso.
Tuttavia, lo scenario resta aperto a possibili inversioni. Nonostante il rafforzamento del dollaro e le crescenti pressioni restrittive stiano rendendo il quadro complesso per l’oro, non è di fatto escluso un cambio di direzione. Secondo Nicholas Frappell, responsabile globale dei mercati istituzionali di ABC Refinery, “se l’inflazione aumenta più rapidamente dei tassi politici, il calo dei tassi reali potrebbe aiutare l’oro nel medio termine”.
Oro tra guerra in Iran e inflazione: effetto domino per i possessori di certificati
L’inaspettato calo dell’oro nelle ultime settimane, nonostante il contesto avrebbe dovuto sostenerlo, dimostra come le dinamiche macro – in particolare tassi di interesse elevati, dollaro forte e rendimenti obbligazionari in crescita – possano incidere più della funzione di bene rifugio.
Un segnale da non sottovalutare per investitori e possessori di certificati, soprattutto per quelli con esposizione diretta al metallo prezioso: questi strumenti possono infatti entrare in fasi di debolezza improvvisa, in particolare quando sono costruiti su scenari di rialzo lineare.
Allo stesso tempo, la volatilità generata dalla guerra in Iran, inflazione e politiche monetarie restrittive può favorire i prodotti strutturati più difensivi, come quelli con barriere profonde o cedole condizionate, capaci di reggere anche in fasi laterali o moderatamente ribassiste.
In sostanza, più che puntare esclusivamente su una ripresa dell’oro, diventa fondamentale per l’investitore valutare la struttura del certificato, il livello di protezione e la sostenibilità dei trigger cedolari in uno scenario che resta fortemente influenzato dall’evoluzione dei tassi reali.

