La volatilità torna a farla da padrona sul mercato delle materie prime, spinta sia dalle tensioni geopolitiche sul fronte energetico sia dalle dinamiche sui tassi di interesse che muovono i metalli preziosi.
In particolare, petrolio e oro stanno mostrando movimenti importanti, spingendo gli analisti di UBS a delineare uno scenario di breve periodo cauto, ma orientato a una ripresa strutturale verso la fine dell’anno e nel corso del 2027.
Petrolio sopra i 105 dollari, dalle promesse ai fatti
Sono giornate intense per il greggio Brent. La settimana si era aperta con un tentativo di flessione sulla scia delle dichiarazioni del presidente statunitense Donald Trump, che aveva annunciato un presunto “cessate il fuoco energetico” immediato tra Russia e Ucraina, oltre all’intenzione di Mosca di distribuire gasolio per calmierare i prezzi.
Tuttavia, l’effetto ribassista si è esaurito rapidamente: a inizio settimana il Brent era sui 102 dollari, e oggi viaggia sopra i 105. L’assenza di dettagli chiari sui termini dell’intesa, unita alle perplessità sollevate nel Congresso americano per via del divieto sulle importazioni di energia russa in vigore dal 2022, ha mantenuto alta la cautela degli operatori.
Sebbene la navigazione e il traffico attraverso lo Stretto di Hormuz mostrino segnali di ripresa graduale, e le stesse esportazioni di greggio dal Medio Oriente siano migliorate negli ultimi mesi, “gli ultimi dati hanno mostrato che i carichi provenienti dai paesi del Golfo rimangono al di sotto dei livelli prebellici“, scrivono gli analisti di UBS.
Nemmeno il rilascio di 100 milioni di barili dalle riserve strategiche, concordato dal G7 in sintonia con l’Agenzia Internazionale dell’Energia (AIE), sembra sufficiente a riequilibrare il mercato: si tratta di una misura di sollievo temporaneo che non risolve il nodo strutturale.
Prtanto “se le tensioni geopolitiche rimangono elevate o emergono nuove interruzioni delle forniture, i prezzi del petrolio potrebbero diventare sempre più sensibili alle sorprese negative dell’offerta“.
ETF e acquisti spingono l’oro: lo scenario di UBS
Per quanto riguarda l’oro, anche se le odierne quotazioni si muovono a ridosso dei 4.200 dollari l’oncia, nel breve termine, UBS contempla una possibile correzione tecnica verso quota 4.000 dollari, guidata dal rialzo dei rendimenti reali americani e da un dollaro forte, elementi che tendono ad appesantire gli asset che non staccano cedole.
Nonostante questo vento contrario, il metallo giallo dimostra una notevole tenuta. Gli investimenti negli ETF legati all’oro continuano a registrare flussi in entrata costanti, mentre gli acquisti istituzionali non accennano a fermarsi.
I dati preliminari indicano tra l’altro acquisti solidi da parte delle banche centrali, con la Cina che ha incamerato 23 tonnellate, affiancata dai coefficienti in crescita di Polonia (25 tonnellate) e Uzbekistan (7 tonnellate). “Ciò suggerisce che la domanda strutturale sta fornendo una compensazione più forte rispetto ai cicli precedenti“, precisano gli analisti di UBS.
La volontà delle banche centrali di diversificare le proprie riserve, unita ai timori per l’accumulo dei debiti pubblici mondiali e per i relativi costi di gestione, garantisce dunque un cuscinetto di protezione indispensabile.
Per questo motivo, la banca d’affari elvetica ritiene che l’eventuale debolezza di breve periodo rappresenti solo una parentesi prima di una nuova spinta rialzista prolungata “verso la fine dell’anno e nel 2027“.
UBS rialzista per il 2027: cosa cambia per i possessori di certificati di petrolio e oro
Non uno scenario gradevole per investitori e possessori di certificati con sottostante materie prime quali petrolio e oro.
Se da una parte una quotazione sopra i 100 dollari riduce il rischio di violazione delle barriere di protezione del capitale per i certificati con barriere tradizionali, e anzi rende i nuovi certificati emessi in questa fase molto ricchi nei coupon, la volatilità implicita espone al rischio di sottostanti incastrati su valori di strike elevati qualora il prezzo del greggio dovesse stornare violentemente in futuro.
Per investitori e possessori di certificati ancorati al petrolio, conviene per ora non acquistare certificati sul Brent con strike fissati sui picchi attuali sopra i 105 dollari, a meno che non siano presenti meccanismi di protezione ulteriori.
Per quel che concerne l’oro, la potenziale correzione verso i 4.000 dollari non spaventa chi possiede certificati con barriere profonde (es. 2.500–3.000 dollari), ma richiede attenzione per chi detiene prodotti a leva o con barriere strette ed elevate.
Se si ha modo, però, conviene comunque sfruttare i ritracciamenti temporanei dell’oro: se l’oro dovesse correggere verso i 4.000 dollari, potrebbe crearsi una finestra favorevole per entrare su certificati con sottostante il metallo giallo a prezzi di strike più contenuti e rettificati verso il basso.


