Petrolio in frenata: illusione temporanea o tregua duratura?

Cala il prezzo del petrolio: dopo l’annuncio del presidente statunitense Donald Trump riguardo a una sorta di “cessate il fuoco energetico” tra Russia e Ucraina, oggi lunedì 12 ottobre i prezzi sono scesi sensibilmente.

Ma più che una vera svolta, questa frenata dei listini somiglia a una fase di tregua preannunciata, con il concreto rischio di nuovi rincari nei prossimi mesi, anche perché l’efficacia immediata delle intese resta tutta da dimostrare.

Petrolio in frenata dopo l’annuncio di Trump: una nuova intesa all’orizzonte?

Alle 08:21 GMT i future sul greggio Brent sono scesi di 22 centesimi (-0,2%), attestandosi a 104,50 dollari al barile. Nello stesso momento il West Texas Intermediate (WTI) si è attestato a 91,45 dollari al barile, segnando un calo di 40 centesimi (-0,4%). Entrambi i benchmark avevano aperto la giornata con perdite ben più marcate, superiori all’1%.

A spingere al ribasso i prezzi sono state le dichiarazioni di Trump, che ha riferito di un’intesa tra Ucraina e Russia per fermare gli attacchi reciproci alle infrastrutture energetiche. L’aspettativa di una tregua ha subito condizionato i mercati: i futures sul gasolio quotati all’ICE sono crollati del 4,6%, scendendo a 1.415 dollari a tonnellata.

Questo ribasso fa seguito all’annuncio di Trump sull’immediato arrivo sui mercati americani e globali di oltre 300.000 tonnellate di diesel (pari a circa 2,25 milioni di barili), a cui dovrebbero seguirne altre.

Tregua apparente per il greggio: le crepe dell’accordo

Nonostante le buone aspettative di una distensione tra le parti e di nuove forniture, tra analisti prevale lo scetticismo per il momento.

Tamas Varga di PVM ha evidenziato come l’effetto immediato dell’accordo sia discutibile, dato che le capacità di raffinazione della Russia sono state gravemente ridotte. “Tuttavia“, sottolinea Varga, “Mosca ha parzialmente revocato il divieto sulle esportazioni di diesel, consentendo il rilascio sul mercato internazionale di 500.000 tonnellate (circa 3,7 milioni di barili) —equivalenti a circa un giorno di consumo statunitense e circa il 13% della domanda globale“.

La solidità stessa del cessate il fuoco rimane in dubbio: il presidente ucraino Volodymyr Zelenskiy ha chiarito di attendere dettagli concreti, mentre dalla Russia non sono arrivate conferme ufficiali.

Per ora l’unico punto fermo è rappresentato dal coordinamento tra i Paesi alleati. Fatih Birol, direttore dell’Agenzia Internazionale dell’Energia (IEA), ha invitato tutti i Paesi membri a valutare se servano ulteriori immissioni sul mercato. Ha inoltre sollecitato chi non ha ancora liberato le scorte promesse ad accelerare le operazioni, dando la priorità proprio al gasolio per evitare nuovi picchi dei prezzi.

In effetti, il rischio di una nuova fiammata c’è.

L’illusione del calo del petrolio e l’ombra di nuovi rincari

Il conflitto in Medio Oriente ha continuato a sostenere il greggio Brent, portandolo in più occasioni a un prezzo superiore ai 100 dollari al barile. Nel corso del mese sono stati segnalati nuovi attacchi alle petroliere nello Stretto di Hormuz, con il rischio di frenare la ripresa delle esportazioni della regione avviata a settembre.

Se il conflitto non si attenua nei prossimi mesi, ci aspetterà un inverno molto costoso. Goldman Sachs ha rivisto al rialzo le sue stime sul Brent per dicembre, portandole da 85 a 90 dollari al barile e incorporando un premio di rischio geopolitico superiore ai 20 dollari. Per quanto riguarda il WTI, “raggiungerà una media di 81 dollari a dicembre 2026 e di 73 dollari nel 2027“, hanno aggiunto gli analisti della banca newyorkese.

In pratica lo stesso prezzo che ha ormai raggiunto, anzi superato, il gas naturale europeo. In Europa il gas naturale è salito a 82 euro per megawattora, toccando il livello più alto delle ultime quattro settimane. Ad alimentare i timori per le forniture di GNL sono proprio le minacce alla navigazione nello Stretto di Hormuz, mentre le riserve di gas nell’Unione Europea si attestano al momento attorno al 73%, un dato inferiore rispetto allo stesso periodo dello scorso anno.

Petrolio sull’ottovolante: cosa comporta per i possessori di certificati

Uno scenario di forte volatilità implicita è quello che si devono attendere investitori e possessori di certificati.

Il che è un bonus e malus. L’elevata volatilità del prezzo del petrolio e del gas può avvicinare i prezzi dei sottostanti alle barriere di protezione del capitale. Tuttavia, un petrolio stabile o sopra i 80-90 $ sostiene i ricavi dei colossi dell’Oil & Gas, favorendo il pagamento delle cedole periodiche per i certificati azionari.

Bene comunque controllare subito la “distanza da barriera” dei propri certificati. Se i sottostanti sono titoli azionari energetici, le quotazioni attive del greggio forniscono un buon margine di sicurezza, ma è fondamentale verificare dove è posizionato lo strike iniziale.

In caso di certificati con barriere vicine o particolarmente aggressive, potrebbe essere opportuno valutare uno switch verso strutture con barriere più profonde (es. barriere a memoria al 40% o 50%) o verso strumenti con capitale garantito, riducendo l’esposizione al rischio geopolitico dello Stretto di Hormuz.

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