Il debito pubblico mondiale sta viaggiando a ritmi decisamente preoccupanti, spinto dalle pressioni inflazionistiche e dagli shock economici.
Al punto che Kristalina Georgieva, direttrice generale del Fondo monetario internazionale (FMI), ha esortato i governi ad alzare subito le difese sul piano fiscale e monetario per evitare declassamenti delle economie globali.
Allarme FMI sul debito globale: verso il 100% del PIL
Il debito è ormai a livelli storici. Secondo l’FMI, il debito pubblico ha toccato i massimi dalla Seconda guerra mondiale e, secondo le proiezioni, supererà la soglia del 100% del PIL ben prima del 2030.
Un vero e proprio fardello per le economie globali, che rischia di indebolire la crescita e alimentare ulteriori pressioni inflazionistiche. Già diverse sono attenzionate su questo fronte. Per esempio gli Stati Uniti e la Francia, entrambe con un rapporto debito/PIL persino superiore rispetto a quello di molti mercati emergenti o Paesi a basso reddito.
A fronte di questo quadro, manca ancora un’azione davvero risolutiva da parte dei Paesi più indebitati. “Non vediamo azioni decisive nelle economie avanzate ad alto debito, dove la necessità del momento è di piani credibili di consolidamento fiscale a medio termine, supportati in alcuni casi da misure fiscali anticipate“, ha affermato Georgieva.
Unico sollievo al momento sembra la nuova direzione intrapresa dalle banche centrali, prudente ma aggressiva: i rialzi dei tassi portati avanti dalla Federal Reserve, dalla BCE e dalla Banca del Giappone rappresentano per la direttrice dell’FMI la risposta corretta per tenere sotto controllo la traiettoria dell’inflazione.
Debito pubblico ai massimi e tassi in salita: le due tenaglie che spaventano i mercati
Nel discorso d’apertura che anticipa i lavori degli incontri annuali del FMI e della Banca Mondiale a Bangkok, Georgieva ha evidenziato come l’economia globale si trovi compressa tra due forze opposte: da un lato uno shock negativo sull’offerta di energia provocato dai conflitti in Medio Oriente, dall’altro uno shock positivo sulla domanda innescato dalla corsa all’intelligenza artificiale, che contribuisce a sua volta a spingere in alto i prezzi.
Due direttrici il cui impatto combinato “è molto disomogeneo in tutto il mondo“, ha affermato Georgieva. Basti vedere il caso dello Stretto di Hormuz, con le nazioni del Golfo colpite direttamente dagli attacchi iraniani e da una drastica riduzione del flusso delle esportazioni energetiche.
A tal riguardo, le stime prevedono prezzi dell’energia in rialzo fino al 2027, anche nell’ipotesi di una risoluzione anticipata del conflitto, con quotazioni medie del petrolio individuate a 89 dollari al barile per il 2026 e a 78 dollari per il 2027.
Proprio questa tensione sui costi dell’energia trascina con sé, oltre all’iinflazione, anche i tassi di interesse e rendimenti dei titoli di Stato. I rendimenti dei benchmark decennali di Stati Uniti, Germania e Giappone hanno toccato i valori più alti rispettivamente dal 2007, dal 2009 e dal 1996, mantenendo peraltro una tendenza al rialzo.
Perché l’intelligenza artificiale alimenta l’inflazione
Sul versante dell’intelligenza artificiale, la direttrice del FMI riconosce come la tecnologia stia diventando “un fattore chiave per le fortune relative dei paesi nell’economia mondiale“, muovendo un volume d’investimenti che supera le storiche grandi opere infrastrutturali del passato, dalle reti ferroviarie a quelle elettriche o telefoniche.
Se gestita correttamente, l’IA potrebbe regalare fino a mezzo punto percentuale di crescita annua al PIL mondiale.
Al momento, tuttavia, la spinta principale è più sull’inflazione. La corsa alle infrastrutture tecnologiche alimenta i timori di una fiammata dei prezzi che spaventa i governi dagli Stati Uniti all’Europa fino all’Asia.
A ciò si aggiunge la massiccia emissione di obbligazioni private a lungo termine da parte dei colossi legati all’IA, che entrano in diretta competizione con i titoli di Stato per la raccolta dei capitali, pur riflettendo in parte le attese di uno sviluppo economico più rapido.
L’incognita maggiore riguarda la tenuta del sistema finanziario. I forti utili aziendali registrati finora sostengono le quotazioni azionarie e l’effetto ricchezza, Ma, “se gli utili dovessero essere inferiori“, spiega Georgieva, “la leva finanziaria e le grandi e crescenti partecipazioni globali degli Stati Uniti le azioni potrebbero trasformare una delusione in uno shock di vasta portata.”
FMI e l’alert al debito pubblico: una sveglia per i possessori di certificati
Riassumiamo l’analisi della direttrice dell’FMI in poche parole: tassi di interesse elevati, rendimenti obbligazionari ai massimi da anni e forte volatilità sui mercati azionari, specialmente sul comparto tecnologico.
Non il massimo per investitori e possessori di certificati. A conti fatti, l’aspetto migliore è nei tassi di interesse alti e i rendimenti obbligazionari elevati, perché consentono agli emittenti di strutturare certificati protetti con cedole più generose. Tuttavia, per chi ha già in portafoglio strumenti a capitale protetto emessi in passato con tassi più bassi, il valore di mercato attuale sul secondario potrebbe risultare sotto la pari.
Detto ciò, per investitori e possessori di certificati conviene orientarsi su scadenze brevi o medie, oppure su strutture con clausola di rimborso anticipato (autocall) a barriera decrescente (step-down), così da ruotare il capitale ed evitare di rimanere bloccati su rendimenti obsoleti.
Potrebbe inoltre convenire anche ridurre l’eccessiva esposizione a panieri concentrati esclusivamente sui colossi dell’intelligenza artificiale e bilanciare il portafoglio inserendo certificati legati a settori più difensivi o a indici azionari ampi, meno vulnerabili alle delusioni sugli utili dei singoli sotto-settori.

