Non soltanto il settore tech: anche il mercato del credito sta cambiando profondamente sotto la spinta dell’intelligenza artificiale. A dimostrarlo sono le sempre più frequenti emissioni di bond da parte delle Big Tech americane, da Alphabet ad Amazon fino a Meta, diventate ormai protagoniste assolute del mercato corporate investment grade.
E per quanto possa sembrare una bella notizia, in realtà dietro questo continuo ricorso alle obbligazioni per alimentare la crescita dell’intelligenza artificiale, nel lungo periodo, potrebbe anche trasformarsi in un rischio.
IA e data center spingono i capex delle Big Tech: cresce il peso delle obbligazioni
La costruzione di nuovi data center, l’acquisto di semiconduttori avanzati, il rafforzamento delle reti e delle infrastrutture digitali: tutto questo è sempre più necessario per lo sviluppo dell’IA, e a tal riguardo i capitali richiesti per gli investimenti non bastano mai.
Nemmeno i flussi di cassa generati dalle Big Tech, pur rimanendo straordinariamente elevati, bastano a finanziare interamente questa nuova fase di crescita, e proprio per questo le grandi aziende sono costrette a ricorrere sempre più spesso al mercato obbligazionario.
A sostenerlo è Richard Woolnough, fund manager di M&G Investments, secondo cui a spingere ulteriormente la corsa agli investimenti contribuisce anche l’attuale politica economica americana.
Gli incentivi fiscali introdotti dal quadro normativo statunitense hanno infatti aumentato in modo significativo la convenienza degli investimenti produttivi sul territorio nazionale. Le agevolazioni offerte da Washington stanno accelerando i piani di espansione delle grandi società tecnologiche, che stanno incrementando la spesa in conto capitale per sfruttare le opportunità offerte dall’intelligenza artificiale.
Le principali Big Tech spendono centinaia di miliardi per IA, data center e altro
I numeri emersi dagli ultimi bilanci confermano chiaramente questa tendenza. Le cinque aziende maggiormente coinvolte nello sviluppo dell’intelligenza artificiale globale (Microsoft, Amazon, Alphabet, Meta e Oracle) dovrebbero spendere tra i 330 e i 355 miliardi di dollari in capex nel corso del calendario 2026, sulla base delle linee guida pubbliche e dei dati effettivi relativi al primo trimestre.
Nel dettaglio, Amazon ha indicato una spesa in conto capitale compresa tra 100 e 110 miliardi di dollari per l’anno fiscale 2026, il valore assoluto più elevato tra tutti gli hyperscaler mondiali. Alphabet, invece, ha guidato la spesa in conto capitale del 2026 verso una forchetta compresa tra 75 e 80 miliardi di dollari durante le conference call relative al quarto trimestre 2025 e al primo trimestre 2026, in forte crescita rispetto ai circa 52 miliardi registrati nel 2024.
Anche Meta ha accelerato in maniera significativa il ritmo degli investimenti, portando la propria guidance sui capex 2026 in una fascia compresa tra 60 e 72 miliardi di dollari dopo i risultati del primo trimestre 2026. Un incremento molto marcato rispetto ai circa 39-40 miliardi di dollari effettivamente spesi nel 2024.
Si tratta di investimenti destinati principalmente a rafforzare le infrastrutture strategiche legate all’intelligenza artificiale, al cloud computing e all’espansione delle reti digitali, con l’obiettivo di preservare quella redditività che, almeno per il momento, continua a garantire profitti enormi. Gli utili operativi combinati di Alphabet, Amazon e Meta vengono infatti stimati tra i 150 e i 200 miliardi di dollari complessivi, livelli che rendono ancora relativamente contenuto l’impatto delle nuove emissioni obbligazionarie sulla leva finanziaria.
Normalmente un forte aumento dell’indebitamento tende a sollevare dubbi sulla qualità creditizia delle aziende coinvolte. Nel caso delle Big Tech, però, la capacità di generare utili continua a rappresentare un elemento rassicurante per il mercato e per gli investitori istituzionali.
Bond per l’IA: rischi e opportunità per possessori di certificati
Questo, tuttavia, non equivale a un via libera privo di rischi. Quando l’offerta di nuovi titoli obbligazionari cresce rapidamente, come sta accadendo nel comparto tecnologico, il mercato tende infatti a richiedere rendimenti più elevati per assorbire il nuovo debito emesso.
A differenza degli investitori azionari, i gestori obbligazionari devono rispettare criteri di diversificazione molto rigidi. I limiti di esposizione verso un singolo emittente impediscono infatti di concentrare eccessivamente i portafogli su una sola società, anche quando si tratta di aziende considerate estremamente solide.
Questo significa che, persino nel caso di gruppi con rating elevati e fondamentali robusti, il mercato può incontrare difficoltà nell’assorbire rapidamente volumi così consistenti di nuove obbligazioni. Il risultato è uno squilibrio temporaneo tra domanda e offerta che tende ad allargare gli spread e ad aumentare i rendimenti richiesti.
Proprio su questi rischi investitori e possessori di certificati devono mantenere alta l’attenzione, anche se non mancano comunque le opportunità.
Secondo diversi osservatori, la situazione attuale sta creando una rara finestra interessante nel segmento del credito investment grade. Le principali aziende tecnologiche, pur mantenendo bilanci solidi e prospettive di crescita favorevoli, sono infatti costrette a offrire condizioni più vantaggiose per collocare il nuovo debito sul mercato.
La combinazione tra forza finanziaria, investimenti sostenuti dall’intelligenza artificiale e pressione temporanea derivante dall’eccesso di offerta potrebbe quindi trasformarsi in un’opportunità significativa per gli investitori e possessori di certificati legati a sottostanti obbligazionari.
