Non solo il petrolio o le valute, anche l’oro si trova ad affrontare la volatilità causata dalle recenti tensioni e dai nuovi sviluppi della guerra in Medio Oriente.
A muovere le quotazioni, però, non ci sono soltanto le riaccese dinamiche geopolitiche tra Washington e Teheran. Gli investitori stanno valutando con attenzione anche le indicazioni che arrivano sulle prossime mosse di politica monetaria della Federal Reserve e della Banca Centrale Europea.
L’oro frena tra venti di guerra e tassi alti
Inizio di settimana cauto per le quotazioni: l’oro spot mostra un lieve aumento dello 0,9% attestandosi sui 4.053,39 dollari l’oncia.
I prezzi tengono comunque botta nonostante i recenti ridimensionamenti, per quanto contenuti. Fino a ieri l’oro scambiava intorno ai 3.995 dollari l’oncia, reduci da una flessione superiore al 2% registrata la scorsa settimana.
Nel complesso, tra piccoli scatti in avanti e brevi ritracciamenti, l’oro continua a oscillare all’interno di un canale abbastanza stretto attorno alla soglia dei 4.000 dollari. Questo accade dopo un secondo trimestre particolarmente difficile, chiuso con una perdita del 14%, il risultato peggiore registrato dal 2013.
Anche gli altri metalli preziosi riflettono un clima incerto: l’argento cede lo 0,4% scendendo a 55,70 dollari l’oncia, e si registrano vendite pure su platino e palladio.
Il peso delle materie prime e il dilemma del bene rifugio
A sostenere le quotazioni dell’oro, come avviene per il petrolio e il dollaro, continuano a essere le tensioni geopolitiche mediorentali seguite all’escalation tra gli Stati Uniti e l’Iran. Le Guardie Rivoluzionarie iraniane hanno affermato di aver preso di mira postazioni militari americane nella regione dopo i nuovi attacchi aerei degli USA su alcune città iraniane. Nel frattempo, i ribelli Houthi dello Yemen, alleati di Teheran, hanno dichiarato un blocco navale ai danni dell’Arabia Saudita.
Come accaduto con il dollaro, l’aumento dei costi delle materie prime energetiche ha complicato lo scenario per l’oro. Il greggio Brent, dopo aver toccato i livelli più alti da oltre un mese, si è stabilizzato, alimentando i timori di un ritorno delle spinte inflazionistiche e spingendo il mercato a scommettere su tassi di interesse elevati per un periodo più lungo.
E, come già ripetuto in più occasioni, l’oro soffre quando i tassi restano alti. Non distribuendo cedole o dividendi, il metallo diventa inevitabilmente meno attraente agli occhi degli investitori rispetto ai titoli obbligazionari che offrono rendimenti certi.
Non a caso, i fari dei mercati rimangono puntati sul fronte delle banche centrali, in particolare su ciò che faranno la Federal Reserve e la Banca Centrale Europea.
Le prospettive sulle scelte di Fed e BCE
Se per l’imminente meeting della settimana prossima l’orientamento prevalente è quello di una Fed con tassi fermi, lo strumento CME FedWatch Tool mostra che le probabilità di una stretta a settembre sono salite al 64%. Per quanto riguarda una stretta entro dicembre, la stima è schizzata all’83%, partendo dal 73% della settimana precedente.
A sostegno di questo cambio di stima è il cambio di posizioni all’interno della banca centrale americana: la presidente della Federal Reserve di Cleveland, Beth Hammack, si è schierata con l’ala favorevole a mantenere o persino alzare i tassi per raffreddare un’inflazione ancora troppo ostinata. Questa spaccatura preannuncia un dibattito piuttosto acceso nella riunione di fine mese.
La situazione non appare più morbida sul versante europeo. Dai verbali della BCE arrivano segnali molto simili a quelli statunitensi, e i mercati più esposti al rischio inflazione hanno già scontato del tutto altri due ritocchi all’insù dei tassi entro l’inizio del 2027.
Le attese vedono il tasso sui depositi salire al 2,66% a dicembre e al 2,73% a febbraio 2027, rispetto al livello attuale del 2,25%, spinte tutte dal timore che la fiammata dei prodotti energetici riaccenda la spirale dei prezzi, giustificando una linea più rigida da parte dell’istituto di Francoforte.
Oro in subbuglio: consigli per i possessori di certificati
Forte incertezza, tassi alti all’orizzonte e tanta volatilità: non un gran bel scenario insomma per investitori e possessori di certificati.
A prescindere, meglio non farsi prendere dalla fretta di vendere spinto dal panico dei movimenti giornalieri.
La scelta più saggia è fare un controllo attento sulle barriere di protezione, soprattutto se si tratta di barriere discrete che guardano al prezzo solo alla scadenza, verosimilmente ancora lontane dall’essere intaccate visto il livello dell’oro in zona 4.000 dollari.
Ad esempio, chi ha in mano strutture difensive come i Cash Collect con barriere ampie può stare tranquillo e continuare a incassare i premi periodici, lasciando che il tempo lavori a proprio favore.

