Con la fine ufficiale della tregua torna a correre il petrolio, anche in scia dei crescenti timori di una nuova escalation tra Stati Uniti e Iran che potrebbero comportare nuove interruzioni delle forniture attraverso lo Stretto di Hormuz.
In risposta a questi timori, diversi grandi importatori stanno già modificando le proprie strategie di approvvigionamento. Tra questi spicca la Cina, che ancora una volta ha sorpreso gli analisti con una gestione delle importazioni molto diversa rispetto alle aspettative.
Il petrolio torna a correre con il rischio di una nuova guerra
Le tensioni geopolitiche hanno avuto un impatto immediato sui mercati energetici. Il Brent è salito di oltre il 3%, raggiungendo quota 91 dollari al barile, il livello più elevato dalla metà di giugno, avviandosi inoltre verso quello che sarebbe il maggiore rialzo settimanale da aprile, con un incremento vicino al 18%.
Anche il West Texas Intermediate (WTI) ha registrato un deciso recupero, tornando vicino agli 85 dollari al barile, sui massimi da circa un mese e recuperando parte del forte calo accusato nel secondo trimestre dell’anno.
Ad alimentare la corsa dei prezzi è soprattutto il peggioramento della situazione militare in Medio Oriente. Nell’ultima ondata di attacchi, l’Iran ha colpito infrastrutture idriche ed elettriche in Kuwait, provocando danni a numerosi impianti di produzione energetica. Gli attacchi sono arrivati dopo una nuova serie di bombardamenti condotti dagli Stati Uniti contro obiettivi iraniani, compresi diversi siti di difesa, nel sesto giorno consecutivo di combattimenti.
Nel frattempo, il traffico marittimo attraverso lo Stretto di Hormuz risulta ridotto rispetto ai livelli abituali, anche se alcune petroliere continuano comunque a transitare.
Carburanti sempre più cari e mercati sotto pressione
In tale contesto, i mercati dei carburanti negli Stati Uniti e in Europa stanno registrando livelli record di scarsità, una situazione che rischia di tradursi in ulteriori aumenti dei prezzi alla pompa, già particolarmente elevati.
Soprattutto in Italia. Secondo l’ultima rilevazione di Lab24 del Sole 24Ore, lungo la rete ordinaria italiana il prezzo medio in modalità self service è pari a 1,931 euro al litro per la benzina, e 2,082 euro al litro per il gasolio, mentre in autostrada è rispettivamente 2,020 euro per la benzina e 2,155 euro per il gasolio.Guerra e petrolio, il mercato torna nel caos: la mossa della Cina
Sul fronte finanziario, almeno per il momento, gli effetti della crisi risultano in parte mitigati dall’inizio della stagione delle trimestrali. Negli Stati Uniti l’attenzione degli investitori è rivolta soprattutto al comparto tecnologico, con i conti di Alphabet, seguiti da Tesla, Intel e IBM. Anche in Europa sono attesi i risultati di importanti società come Novartis, Roche, Nestlé, SAP, TotalEnergies, UniCredit e BNP Paribas.
La Cina sorprende ancora con un drastico taglio delle importazioni
Non mancano tra l’altro i ritiri dal mercato energetico, con alcuni grandi importatori che stanno riducendo gli acquisti di petrolio iraniano. Il caso più significativo è quello della Cina, che ancora una volta dimostra una notevole capacità di adattare rapidamente la propria strategia alle condizioni del mercato.
Come già fatto in passato, Pechino provvede a ridurre le importazioni quando i prezzi del greggio aumentano e ad aumentare invece gli acquisti nelle fasi di ribasso. I dati ufficiali mostrano che nel mese di giugno le importazioni cinesi si sono fermate a 7,12 milioni di barili al giorno, il livello più basso registrato dall’ottobre 2016 e in calo del 41,3% rispetto allo stesso mese dell’anno precedente.
Una contrazione di questa portata avrebbe normalmente comportato un massiccio ricorso alle scorte strategiche. Secondo le stime elaborate da Reuters, la Cina avrebbe effettivamente utilizzato parte delle proprie riserve durante gli ultimi due mesi, arrivando a prelevare circa 940.000 barili al giorno, rispetto ai circa 500.000 barili giornalieri registrati a maggio.
Ma nonostante ciò, il Paese è comunque riuscito ad aumentare le proprie scorte complessive durante la prima metà dell’anno, accumulando un surplus di circa 530.000 barili al giorno. Anche l’attività delle raffinerie cinesi ha subito un forte rallentamento. Nel mese di giugno i volumi lavorati sono scesi a 12,47 milioni di barili al giorno, in calo del 17,7% rispetto allo stesso periodo del 2025 e sul livello più basso registrato da marzo 2020, durante la pandemia di Covid-19.
Una risposta inusuale per la Cina, infatti si suppone sia una misura per garantire una fornitura sufficiente di carburanti al mercato interno durante il conflitto iraniano. Così facendo però la Cina è riuscita al tempo stesso ad adeguare la domanda di petrolio greggio durante l’attuale crisi.
Petrolio tra guerra e Cina, i rischi per i possessori di certificati
La situazione è tutta in divenire, in special modo sul fronte della guerra e della Cina. In una fase di questo tipo, è bene evitare decisioni dettate dall’emotività, verificare attentamente le caratteristiche del proprio certificato (barriere, effetto memoria, autocall e scadenza), monitorare con continuità gli sviluppi geopolitici e valutare un’adeguata diversificazione del portafoglio.
E non solo sul fronte bellico. Molti analisti ritengono probabile un parziale recupero delle importazioni cinesi di petrolio tra agosto e settembre, grazie ai carichi acquistati durante il breve periodo di cessate il fuoco tra Stati Uniti e Iran che sarebbero riusciti ad attraversare lo Stretto di Hormuz.
Tuttavia, se le quotazioni del petrolio dovessero rimanere elevate, le raffinerie cinesi potrebbero tornare a limitare gli acquisti, con una riduzione degli arrivi prevista a partire da ottobre, anche in considerazione del tempo necessario tra l’acquisto dei carichi e la loro effettiva consegna.
