Petrolio in corsa: le tensioni USA-Iran spingono i prezzi e le stime degli analisti

Seppur in lieve calo rispetto ai picchi di qualche giorno fa, il petrolio chiude un’altra settimana in netto rialzo.

E così da mesi, sempre per via delle crescenti tensioni tra Stati Uniti e Iran, che hanno riacceso i timori su possibili blocchi e problemi nelle forniture provenienti dal Medio Oriente.

Inevitabili dunque i rialzi delle stime da parte di case d’affari e analisti internazionali, mentre sul fondo resta la speranza che le parti possano tornare al tavolo dei negoziati per siglare un nuovo cessate il fuoco.

Usa-Iran, scontro ai massimi: il prezzo del greggio registra la miglior settimana da mesi

Il petrolio si mantiene vicino ai massimi toccati nelle ultime sei settimane, dopo i nuovi attacchi statunitensi contro l’Iran e le rinnovate minacce israeliane verso Teheran.

Dopo un avvio di seduta debole, il Brent ha ripreso forza salendo di oltre due punti percentuali fino a toccare un picco di 97,62 dollari al barile, per poi stabilizzarsi intorno a 97,13 dollari, in rialzo del 1,5%. Stessa dinamica per il WTI, che ha guadagnato il 1,8% attestandosi a 92,59 dollari. Per entrambi i benchmark si tratta del quarto giorno consecutivo di guadagni.

Il bilancio della settimana non è dei migliori: balzo per il Brent del 6,5%, l’aumento settimanale più consistente dallo scorso 17 agosto. E così WTI, che con un progresso dell’8,8% ha messo a segno la miglior prestazione settimanale dal 13 luglio.

Il conflitto è ormai entrato nel suo settimo mese, iniziato a fine febbraio con i primi raid congiunti israelo-americani. Secondo quanto riferito da tre autorevoli fonti iraniane a Reuters, la strategia di Washington per soffocare l’economia di Teheran (colpendone le esportazioni di greggio e bloccando i canali usati per aggirare le sanzioni) sta diventando sempre più difficile da sostenere per il Paese.

Tensioni nello Stretto di Hormuz: il petrolio sale e l’Iraq aumenta le esportazioni

Le ripercussioni operative si fanno già sentire lungo le rotte marittime civili e commerciali. Nella giornata di giovedì, soltanto quattro navi mercantili hanno attraversato lo Stretto di Hormuz, punto di passaggio strategico per il commercio mondiale di idrocarburi. Un dato in netta flessione rispetto alle nove imbarcazioni transitate il giorno precedente e ben lontano dalla media di circa quindici navi registrata negli ultimi dieci giorni.

Come ha spiegato Tim Waterer, capo analista di mercato presso KCM Trade, anche a fronte di flussi effettivi delle navi cisterna che, per il momento, non hanno subito un crollo totale, “la combinazione delle rinnovate ostilità tra Stati Uniti e Iran e della continua incertezza intorno allo Stretto di Hormuz è stata sufficiente a rivalutare il rischio più in alto“.

Parallelamente, sul fronte della produzione, l’Iraq ha registrato una ripresa delle sue esportazioni di petrolio ad agosto, salite a circa 2,34 milioni di barili al giorno contro i 1,35 milioni segnati a luglio, secondo quanto confermato da due dirigenti del settore energetico iracheno.

Rischio forniture e minacce geopolitiche: gli analisti rivedono le stime sul petrolio

La persistente instabilità nell’area dello stretto (che prima dell’esplosione del conflitto gestiva da solo circa un quinto delle forniture mondiali di petrolio e gas naturale liquefatto) sta spingendo gli esperti a rivedere al rialzo le proprie proiezioni.

Gli analisti di Citi hanno incrementato la stima sul prezzo medio del Brent per il terzo trimestre, portandola da 80 a 86 dollari al barile, giustificando la scelta con i tempi di riapertura dello stretto, che si stanno rivelando più lunghi rispetto a quanto preventivato inizialmente.

Sulla stessa linea gli esperti di ANZ, che hanno alzato il prezzo target del Brent nel breve termine a 95 dollari al barile, avvertendo che un eventuale ulteriore escalation del conflitto medioevale porterebbe con sé evidenti rischi di nuovi strappi all’insù.

Petrolio nell’ottovolante: opportunità e rischi per i possessori di certificati

Un forte rialzo del petrolio potrebbe essere una buona prospettiva per alcuni investitori e possessori di certificati legati all’oro nero o ai titoli del comparto energetico.

Per chi possiede strumenti di tipo Bull o con protezione del capitale, l’allontanamento dei prezzi dalle barriere di arresto implicherebbe la riduzione del rischio di perdita e dunque l’aumento del valore di mercato del prodotto. Al contrario, chi detiene certificati Bear o prodotti a leva corta potrebbe rischiare di subire forti svalutazioni o di avvicinarsi pericolosamente alle soglie di strike e knock-out.

Davanti a ciò, la mossa migliore è verificare subito l’effettiva distanza dei prezzi correnti dalle barriere del proprio certificato.

Se si possiedono prodotti a leva short o fortemente esposti al rialzo del greggio, potrebbe essere prudente alleggerire la posizione per contenere le perdite ed evitare che nuovi picchi geopolitici compromettano il capitale.

Per le posizioni long o a capitale protetto, conviene invece monitorare l’evoluzione del mercato senza farsi prendere dalla fretta di uscire, valutando eventualmente di prendere profitto qualora il valore del certificato abbia già raggiunto target interessanti.

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