Petrolio, la crisi dello stretto di Hormuz spinge i listini: focus su Iran e Cina

Torna a salire il prezzo del petrolio, in un quadro di mercato che rimane fortemente condizionato dall’incertezza geopolitica; e dagli ultimi eventi che stanno facendo passare in secondo piano i recenti segnali di ripresa.

A pesare in modo determinante è, come ormai di consueto, lo scenario attorno allo stretto di Hormuz, punto nevralgico travolto dalla guerra in Medio Oriente e irrigidito dalla nuova politica aggressiva introdotta dall’Iran.

Uno stallo, dunque, che sta mettendo a dura prova anche le importazioni dei maggiori Paesi consumatori su scala globale, prima fra tutte la Cina.

Fiammata del petrolio: la morsa dell’Iran su Hormuz fa schizzare i prezzi

Nelle ultime sedute il valore del petrolio ha riassorbito buona parte delle perdite accumulate a inizio settimana, proprio a causa del ridimensionamento delle speranze legate a una riapertura immediata e completa dello Stretto di Hormuz, elemento fondamentale per garantire il ripristino dei flussi energetici dal Golfo Persico.

Andando a guardare i numeri, il future sul Brent con scadenza a ottobre 2026 registra un balzo del 3,9%, portandosi a 82,6 dollari al barile, mentre il contratto sul WTI con scadenza a settembre viaggia in rialzo del 3,2% attestandosi sui 77,6 dollari.

A soffiare sul fuoco in questa fase è anche una specifica iniziativa politica, ovvero la proposta d’accordo tra Iran e Oman. Stando a quanto riportato dall’agenzia di stampa Fars, una commissione parlamentare sta infatti esaminando un disegno di legge preliminare che mira a vietare l’accesso allo Stretto di Hormuz a tutte le imbarcazioni statunitensi, israeliane o appartenenti a Paesi ritenuti ostili. Per chi sgarra e viola le restrizioni, la proposta prevede multe salatissime, fino al 20% del valore del carico trasportato.

Come ha fatto notare Rob Haworth, direttore senior della strategia di investimento presso US Bank Asset Management Group, gli accordi per riaprire stabilmente lo Stretto di Hormuz si confermano ostici da raggiungere e gli investitori restano nell’incertezza. “Per ora il traffico rimane basso e il percorso verso un accordo duraturo non è ancora chiaro“.

Il crollo del traffico a Hormuz spinge i listini: rotte bloccate ma export ancora stabile

I numeri confermano chiaramente questo stallo: il passaggio di navi nella zona è crollato negli ultimi giorni. Nella giornata di mercoledì sono state registrate soltanto due imbarcazioni in transito, in calo rispetto alle otto del giorno prima, secondo le rilevazioni firmate Kpler. Si tratta di un valore infinitamente distante dai parametri di riferimento prebellici, quando si viaggiava su una media di circa 130-140 transiti quotidiani.

In questo quadro, l’elemento che spaventa di più non è rappresentato dai dati relativi alle esportazioni complessive di greggio e condensato dai Paesi del Golfo, che a luglio si sono mantenute sostanzialmente stabili, pur restando inferiori di circa il 40% rispetto ai livelli antecedenti al conflitto.

La vera criticità riguarda invece le importazioni di petrolio, in particolare verso i grandi acquirenti mondiali, a partire dalla Cina.

Petrolio, la domanda cinese resta al minimo: perché Pechino importa sempre meno

Stando alle rilevazioni di Wind Information, i volumi importati da Pechino sono scesi a circa 29,3 milioni di tonnellate a giugno, toccando il punto più basso da ottobre 2016. La ragione è semplice: la guerra nel Golfo ha letteralmente soffocato gran parte delle forniture dal Medio Oriente.

Le raffinerie cinesi hanno preferito attingere a piene mani dalle proprie scorte e tagliare i ritmi di lavorazione del greggio, evitando di pagare gli elevatissimi premi di rischio legati al clima di guerra. D’altronde, secondo le stime dell’U.S. Energy Information Administration, le riserve strategiche di greggio in mano alla Cina avevano sfiorato ben 1,4 miliardi di barili già a dicembre 2025.

Questo enorme polmone di sicurezza permette a Pechino di non avere alcuna fretta nell’immediato. Come sintetizzato da Tianchen Xu, economista senior presso l’Economist Intelligence Unit, la Cina vede poca urgenza nel far ripartire gli acquisti a pieno ritmo finché potrà contare su livelli di scorte così elevati.

Petrolio tra Hormuz e Iran: rischio volatilità per i possessori di certificati

Indubbio, davanti a questo scenario problematico, un deciso aumento della volatilità per i titoli sottostanti. Per questo, investitori e possessori di certificati devono stare in guardia.

Perché se l’intesa tra Iran e Oman o una distensione nel Golfo dovesse concretizzarsi all’improvviso, il prezzo del petrolio potrebbe ritracciare rapidamente. Al contrario, un ulteriore inasprimento del blocco potrebbe spingere ancora di più i prezzi verso l’alto, favorenImmagine copertina generata con l’intelligenza artificialedo le posizioni long e mettendo sotto pressione eventuali posizioni short o strutture a cap rigido.

La mossa migliore da fare adesso è un controllo attento del proprio portafoglio. Conviene verificare a che distanza si trovano i prezzi attuali rispetto alle barriere di protezione dei singoli certificati e controllare le date di osservazione più vicine. È fondamentale evitare decisioni impulsive dettate dalle fiammate giornaliere dei prezzi e valutare, eventualmente, di alleggerire le posizioni più esposte a eventi improvvisi o di diversificare la copertura per attutire eventuali inversioni di marcia impreviste del mercato.

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