Energia in Europa: la nuova crisi potrebbe partire dal gas e non dal petrolio

Non è più solo il petrolio a spaventare i mercati. Il gas naturale rischia di trasformarsi nella vera miccia del prossimo shock energetico per l’Europa.

A lanciarne l’allarme è l’ultimo report di Intesa Sanpaolo dedicato ai mercati energetici tra geopolitica e clima, secondo cui il Vecchio Continente si sta muovendo verso una combinazione di fattori estremamente sfavorevole, capace di spingere le quotazioni a livelli critici.

Il gas torna a essere la vera miccia dell’energia europea

A guidare questa nuova fase di instabilità contribuisce una serie di nodi strutturali e congiunturali, secondo il report firmato dall’economista Daniela Corsini: scorte di stoccaggio inferiori alle medie storiche; una dipendenza sempre più marcata dal gas naturale liquefatto (GNL); flussi ridotti dal Medio Oriente; e prezzi correnti che rendono dispendioso e complesso il riempimento dei depositi.

Nel primo caso, le eccezionali ondate di caldo hanno alimentato la domanda di gas per la generazione di energia elettrica e rallentato il processo di ricostituzione delle scorte. “Di conseguenza“, scrive Corsini, “le scorte di gas in tutta l’UE si trovano ora al livello più basso dall’inizio della crisi energetica del 2021-2022, con riserve particolarmente basse in Germania e nei Paesi Bassi“.

Anche se le temperature invernali saranno vicine alla media stagionale (o leggermente più miti del solito), “le scorte dell’UE sono destinate a raggiungere nuovi minimi stagionali a marzo“.

A sua volta, l’Europa dipende sempre più dalle importazioni di GNL per soddisfare il proprio fabbisogno di energia, “e questi flussi stanno diminuendo per la guerra in Iran“, scrive Corsini. Secondo le stime di Intesa Sanpaolo, la contrazione delle forniture di GNL dal Qatar (stimata intorno al 20% per un arco di tre-cinque anni) sta già “ancorando l’intera curva TTF a valori più elevati“.

Tra l’altro, potrebbero ridursi ulteriormente questi flussi nel 2027, quando saranno vietati anche i contratti a lungo termine di acquisto di GNL russo.

A complicare il quadro interviene il fenomeno finanziario della backwardation, ossia la situazione in cui i prezzi del gas a pronti (spot) risultano più alti rispetto alle quotazioni dei contratti future a consegna futura. In presenza di forti tensioni geopolitiche, la backwardation si accentua e disincentiva le aziende a comprare gas oggi per stiparlo nei depositi in vista dell’inverno, poiché il valore futuro atteso risulta inferiore al costo d’acquisto attuale.

Non a caso, le riserve d’energia europee si attestano sui minimi dal 2021, con una virtuosa eccezione rappresentata dall’Italia: al 6 settembre l’Italia aveva stoccaggi pieni all’84%, contro il 55% della Germania e il 50% dei Paesi Bassi.

Lo Stretto di Hormuz e il paradosso del Brent

Mentre i colossi dell’energia come ENI mettono a punto piani strategici per gestire gli scenari post-crisi nello Stretto di Hormuz, dal report emerge un apparente paradosso.

Un blocco o una forte limitazione dello Stretto di Hormuz dovrebbe avere un impatto oggettivamente devastante sulla produzione petrolifera mondiale; eppure, nello scenario centrale, il greggio Brent ha mostrato rialzi percentuali più contenuti rispetto a quelli registrati dal gas, rendendo il quadro petrolifero meno esplosivo di quanto atteso.

Intesa Sanpaolo calcola che i flussi di greggio attraverso Hormuz abbiano subito una riduzione vicina al 50%. Tuttavia, la perdita sul mercato fisico è stata parzialmente assorbita da diversi fattori ammortizzanti: l’aumento della produzione da parte di Stati Uniti, Guyana e Brasile; un rallentamento generale della domanda globale; e l’utilizzo coordinato delle scorte commerciali e delle riserve strategiche.

Resta invece alta la pressione sui raffinati: la sovraperformance dei prezzi dei carburanti rispetto al greggio grezzo potrebbe proseguire “alla luce della forte domanda stagionale, dei danni alle raffinerie nel Golfo, delle restrizioni alle esportazioni di carburanti in Cina e Russia e della dipendenza dell’Europa dalle importazioni, che si somma a un deficit strutturale di capacità di raffinazione nei paesi occidentali”, continua Corsini.

Rischio stangata sull’energia sul prezzo del gas e sul PUN italiano

Detto questo, guardando alle stime, le proiezioni numeriche del report tracciano uno scarto netto tra lo scenario base e quello di stress.

Nello scenario peggiore, il prezzo del gas TTF potrebbe schizzare fino a 140 euro al Megawattora nel quarto trimestre del 2026 e attestarsi a 126 euro/MWh nel primo trimestre del 2027. Successivamente le quotazioni scenderebbero gradualmente verso una fascia compresa tra 80 e 82 euro nella restante parte dell’anno, portando la media del 2027 a 93,5 euro/MWh.

Per un confronto, lo scenario base prevede un TTF medio ben più contenuto, pari a 70 euro nel quarto trimestre 2026 e a 63 euro nel primo trimestre 2027 (con una media annuale di 47 euro/MWh).

In Italia questo scenario si ribalterebbe direttamente sui costi dell’energia elettrica. Le stime d’impatto sul PUN (Prezzo Unico Nazionale) indicano una media di 157,2 euro/MWh per il 2026 e di 140 euro/MWh per il 2027, con una punta da 200 euro/MWh toccata nel quarto trimestre 2026.

Come evidenziato dall’analista, i prezzi dell’energia in Italia rischiano di rimanere strutturalmente superiori a quelli degli altri Paesi europei fino a quando le tariffe finali resteranno legate al prezzo marginale del gas e al sistema dei permessi di emissione ETS, in assenza di un’accelerazione decisiva nell’installazione delle fonti rinnovabili.

Sullo sfondo rimangono i rischi geopolitici: considerata la distanza negoziale tra Stati Uniti, Israele e Iran e il susseguirsi di attacchi a navi cisterne e impianti, le stime nel caso in cui le interruzioni alle rotte logistiche medioorientali si trascinino fino a metà 2027, la quotazione del Brent salirebbe a 82 dollari al barile nel quarto trimestre 2026 e a una media di 72,5 dollari nel 2027 (rispetto alle stime precedenti di 78 e 66,8 dollari).

Gas fino a 140 euro/MWh: le proiezioni dello shock dell’energia

L’incertezza sui prezzi del gas e l’imprevedibilità del mercato petrolifero sono due elementi che investitori e possessori di certificati dovranno tenere bene in vista nei prossimi mesi, dal momento che saranno quelli alla base nell’inevitabile volatilità dei sottostanti.

Sebbene tutto ciò permetta ai nuovi certificati di offrire cedole più ricche, e alle aziende produttrici ed estrattrici (come ENI o i grandi player petroliferi globali) di beneficiare di uno scenario roseo, per chi li ha già in portafoglio l’aumento di volatilità genererebbe comunque una pressione ribassista sul prezzo di mercato del certificato stesso.

Addirittura, se si dovessero avverare gli scenari negativi, il crollo dei margini o i repentini cambi di rotta sulle commodity potrebbero portare i titoli sottostanti più deboli ad avvicinarsi alle barriere di protezione del capitale.

Proprio per questo troviamo utile analizzare intanto quali titoli compongono i panieri dei propri certificati. Se sono presenti utility o società energetiche, conviene verificare la distanza attuale della quotazione rispetto alla barriera di protezione (sia a scadenza che continua).

Se ci si aspetta che lo scenario peggiore sulle materie prime si realizzi, è opportuno verificare di avere in portafoglio certificati con barriere molto ampie (almeno 40-50% dal valore iniziale) o dotati di struttura Airbag, in grado di attutire l’impatto sul capitale in caso di rottura della barriera.

Qualora un certificato in possesso mostri un sottostante in sofferenza ma con barriera ancora intatta, si può valutare uno switch strategico verso prodotti più recenti che offrano barriere più basse e rendimenti adeguati ai nuovi livelli di volatilità del mercato.

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