Come da pronostici, la Federal Reserve ha deciso di alzare i tassi di 25 punti base portandoli al 3,75-4%. E tra l’altro all’unanimità, tracciando così una linea netta rispetto alle aspettative e alle continue pressioni del presidente Donald Trump, che spingeva per un taglio del costo del denaro.
Una strada impraticabile per la banca guidata oggi da Kevin Warsh, soprattutto tenendo conto dell’andamento macroeconomico statunitense e delle tensioni internazionali.
Vista anzi la situazione globale, non è improbabile in futuro un ulteriore aumento.
FED, primo rialzo dopo tre anni: i tassi salgono al 4%
Nonostante l’attività economica continui ad avanzare a ritmi sostenuti e la spesa interna si mantenga solida, con tanto di tasso di disoccupazione stabile al 4,1%,l’inflazione resta al di sopra dei livelli desiderati (il famoso target 2% fissato dal FOMC).
Proprio per questo la FED, con votazione unanime di tutti i membri (capo compreso), ha deciso per la prima volta in tre anni di alzare i tassi di interesse.
Nella speranza che basti, anche se sarà difficile. Per i prossimi anni, le proiezioni diffuse dalla FED vedono l’inflazione PCE core al 3,4% nel 2026, con una lieve revisione al rialzo rispetto al 3,3% stimato a giugno, per poi scendere gradualmente al 2,5% nel 2027, al 2,2% nel 2028 e infine al 2% nel 2029.
Buone invece le prospettive sul fronte del Prodotto Interno Lordo: le stime indicano un’espansione del 2,3% nell’anno in corso, per poi proseguire con un +2,4% nel 2027, +2,2% nel 2028 e +2,1% nel 2029.
Dot plot restrittivo: in arrivo nuovi aumenti entro il 2026
A prescindere, pur di abbassare l’inflazione, la FED non ha molti dubbi su come potrebbe proseguire la politica monetaria.
Dal consueto dot plot post-votazione, relativo alle proiezioni sui tassi, emerge che per 16 dei 18 funzionari il costo del denaro potrebbe aumentare almeno un’altra volta entro la fine del 2026, con quattro membri che prospettano persino due interventi aggiuntivi.
La stima mediana per il 2026 sale al 4,1% dal 3,75% di giugno e si prevede rimanga a tale livello anche nel 2027, con ben otto esponenti del direttivo che si spingono a ipotizzare un valore del 4,4%.
Pertanto, i progetti della Casa Bianca di vedere una virata verso il basso dei tassi sono pressoché da dimenticare.
Una stretta troppo morbida?I dubbi davanti alla reazione non scomposta dei mercati
Eppure, nonostante il segnale restrittivo, i mercati finanziari non hanno manifestato reazioni disordinate. Come sottolineato in un’analisi del Sole 24 Ore, un ritocco di soli venticinque punti base non costituisce una stretta monetaria drastica capace di frenare l’economia, ma rappresenta anzi una scelta che non scontenta eccessivamente le aspettative di Wall Street.
Lo dimostrano alcuni piccoli dettagli. Ad esempio, prima della riunione, la probabilità di un rialzo indicata dai mercati era già salita dall’72% all’86% sulla scorta degli ultimi dati sull’inflazione. Una probabilità alta, “ma la restrizione monetaria attesa dovrebbe essere pari ad uno, e di certo maggiore della variazione standard di venticinque punti base“, si legge sul quotidiano finanziario.
Tra l’altro, rispetto alla Banca Centrale Europea, la FED si trova a gestire una dinamica dei prezzi meno domata. Guardando agli ultimi anni, l’impostazione monetaria statunitense è risultata congiunturalmente espansiva per gran parte del tempo, con tassi reali congiunturali negativi in quasi tutti i rilevamenti dal 2021 ad oggi.
Di conseguenza non c’è stato alcun effetto sorpresa. Anzi, i mercati “davano probabilità zero che la FED implementasse un vero innalzamento dei tassi, cioè da cinquanta punti base in su“. La manovra approvata ha quindi trovato un sostanziale gradimento da parte degli operatori finanziari.
Ciò dovrebbe inoltre andare a giovamento di Trump. Eppure, a margine di un comizio a Gastonia, in North Carolina, il tycoon, cercando di difendere il presidente della FED Kevin Warsh, ha addossato la responsabilità della scelta al resto del direttivo. “Per quanto eccellente sia il suo lavoro, deve fare i conti con un consiglio ostile”, ha dichiarato. “Stanno aumentando i tassi per danneggiare il piu’ possibile Trump (…). Li aumentano solo per ragioni politiche“.
Tassi FED in rialzo: opportunità e rischi per i possessori di certificati
Tralasciando l’aspetto puramente analitico, è indubbio che l’aumento del costo del denaro andrà a colpire i certificati, soprattutto quelli con sottostante i rendimenti dei titoli di Stato a breve e medio termine.
Per i possessori di questi certificati, tassi più elevati implicano rendimenti cedolari potenzialmente più ricchi sulle nuove emissioni, ma possono comportare un calo del prezzo di mercato per i certificati già in portafoglio con cedole fisse o barriere strette emessi in contesti di tassi più bassi.
Senza contare che una politica monetaria rigorosa tende a incrementare la volatilità sui mercati azionari sottostanti.
Pertanto, chi detiene certificati d’investimento dovrebbe verificare la distanza dai livelli barriera dei sottostanti, controllare se i premi periodici sono dotati di effetto memoria e valutare un eventuale riposizionamento del portafoglio verso nuove emissioni strutturate con i tassi attuali, che offrono protezioni più ampie e cedole commisurate al nuovo costo del denaro.

