Treasury al 5%: la fiammata dei rendimenti spaventa i mercati globali (e anche la FED)

Alla fine è successo: il Treasury a dieci anni ha toccato la soglia psicologica del 5%, raggiungendo il livello più alto da ottobre 2023. A spingere i titoli di stato verso il basso in tutto il mondo è stata soprattutto l’impennata dei prezzi del petrolio, in una fase di forte tensione e proprio alla vigilia della decisione sui tassi da parte della Federal Reserve.

Per il presidente della FED Kevin Warsh non si preannuncia una gestione semplice. Cercare di venire incontro alle pressanti richieste del presidente Donald Trump, che spinge per un abbassamento del costo del denaro, si scontra con una realtà di mercato del tutto opposta.

Sale il Treasury decennale a quota 5%: superata la soglia psicologica

Sul fronte delle scadenze, il rendimento biennale, da sempre il più sensibile alle prospettive di politica monetaria a breve termine, è avanzato fino al 4,666%, dopo che la scorsa settimana aveva toccato il massimo da luglio 2024. Il trentennale, dal canto suo, si è spinto fino al 5,374%.

I movimenti seguono la pubblicazione dei dati sull’inflazione CPI di agosto. I prezzi al consumo si sono attestati in linea con le attese, ma restano ancora ben al di sopra del target del 2% fissato dalla banca centrale, una condizione che si trascina ormai da cinque anni.

In questo scenario non molto fausto, il decennale ha agganciato la quota chiave del 5%. Un eventuale superamento del 5,02% porterebbe i rendimenti su livelli che non si vedevano da luglio 2007, ovvero prima dell’esplosione della crisi finanziaria globale.

Già oggi però è a tutti gli effetti il superamento di una soglia “oltre la quale i mercati finanziari potrebbero andare in tilt“, ha affermato John Higgins, capo consulente economico sui mercati finanziari presso Capital Economics. “Sebbene non siamo convinti che il 5% sia quel numero ‘magico’, rendimenti più elevati dei Treasury rappresenterebbero certamente un rischio per la sostenibilità delle finanze pubbliche USA e minaccerebbero anche il mercato azionario“, ha aggiunto.

Debito record e rendimenti Treasury in salita: il fallimento dei tentativi del Tesoro USA

Questo scenario costituisce un deciso stop alle strategie del Segretario al Tesoro USA Scott Bessent, che nelle scorse settimane aveva tentato di raffreddare i rendimenti dei Treasury, ricorrendo anche a un’operazione di riacquisto di titoli che non ha risparmiato critiche da parte degli investitori.

Anche perché, nonostante la misura, i rendimenti hanno continuato a salire, e ora possono pure puntare al 5,5%, dal momento che “ci sono molti fattori di fondo che stanno determinando una fase di vendite prolungata sul mercato dei tassi“, ha dichiarato Zach Griffiths, responsabile della strategia investment grade e macro della società di ricerca CreditSights.

Il quadro complessivo è pure appesantito dalle dimensioni del mercato, cresciuto di oltre 7 volte dal 2007 a oggi, passando da circa 4.500 miliardi ad oltre 32.000 miliardi di dollari. Il debito federale ha superato il 100% del PIL e Fitch Ratings, già ad agosto, aveva lanciato l’allarme sulla vulnerabilità del Paese ad eventuali shock economici futuri.

Impennata dei rendimenti USA: la FED alla prova più difficile

Insomma, tra impennata di rendimenti e aumento del debito, alla FED suderanno freddo nella prossima riunione di politica monetaria, prevista questa settimana. Gli operatori ormai attribuiscono una probabilità superiore al 90% a un rialzo dei costi di finanziamento da parte di Kevin Warsh e dei membri del direttivo. Per la banca centrale si tratterebbe del primo aumento dal 2023.

Ma mai dire mai, visto anche il presidente di turno. Proprio Donald Trump è tornato a ribadire in occasione dell’Irish Open di golf che gli Stati Uniti “sono cosi’ forti, dovremmo pagare il tasso di interesse piu’ basso al mondo, a prescindere dalla formula“, ha dichiarato.

Un messaggio chiaro al capo della FED di non alzare il costo del denaro? Probabile, ma a non farlo rischierebbe di peggio. Ed Al-Hussainy, portfolio manager di Columbia Threadneedle, ha avvertito che un mancato rialzo rischierebbe di scatenare il caos sui mercati, in quanto i rendimenti delle obbligazioni a lunga scadenza schizzerebbero all’insù a causa del repentino aumento dei rischi inflazionistici.

Treasury al 5% e tassi FED al rialzo: volatilità per i possessori di certificati

Pura volatilità in arrivo per investitori e possessori di certificati legati ai Treasury bonds. E non solo per quanto riguarda i rendimenti: pure un aumento dei tassi di interesse potrebbe essere controproducente.

Perché l’aumento dei tassi di interesse eserciterebbe una forte pressione al ribasso sui listini azionari e sui titoli azionari sottostanti ai certificati. Ciò avvicinerebbe i prezzi dei titoli ai livelli di barriera, aumentando il rischio di perdita del capitale o di mancato stacco delle cedole.

Pertanto, investitori e possessori di certificati farebbero meglio a non vendere sul mercato secondario se le quotazioni scendono: mantenere il certificato fino a scadenza assicura la restituzione del capitale nominale pattuito, annullando l’effetto temporaneo del rialzo dei tassi.

Semmai sarebbe buona cosa sfruttare l’eventuale liquidità disponibile per monitorare il primario e il secondario. Il nuovo contesto di tassi alti potrebbe rendere le nuove emissioni particolarmente interessanti per impostare strategie di rendimento a condizioni di protezione storicamente favorevoli.

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