Siamo ancora sopra l’obiettivo del 2%, e così fino alla prima metà del 2027. Lo ha stimato la Banca Centrale Europea nell’ultimo Bollettino economico, in relazione agli ultimi dati sull’inflazione nell’Eurozona.
Una prospettiva dovuta in primis dallo shock energetico della Guerra in Medioriente, che potrebbe esercitare pressioni sulla crescita continentale, rivista al ribasso. E anche sulla stessa BCE, che a settembre dovrà riunirsi per decidere se mantenere o alzare i tassi di interesse.
Allarme prezzi e rischi sulla crescita: l’avvertimento della BCE
Come già anticipato dai dati EUROSTAT, l’inflazione dell’Eurozona ha mostrato una decelerazione a giugno, scendendo al 2,8% dal 3,2% di maggio, favorita dal calo della componente energetica (passata dall’10,8% all’8,5%). Anche l’inflazione di fondo, depurata da energia e alimentari, è scesa al 2,4% dal 2,6% precedente.
Tuttavia, da Francoforte arriva un avvertimento netto: i rincari dell’energia legati al conflitto in Medio Oriente manterranno le pressioni sui prezzi “ben al di sopra dell’obiettivo” ancora a lungo.
Nel suo recente bollettino, la BCE ha ribadito infatti che la crisi geopolitica rappresenta una delle principali fonti di incertezza. Lo shock energetico rischia di intensificarsi, trasferendosi in modo più pronunciato del previsto su prezzi e salari.
Le imprese stanno affrontando costi d’acquisto più alti e prevedono di dover ritoccare al rialzo i listini di vendita. Per questo, anche se l’andamento di fondo appare momentaneamente contenuto, “gli effetti dello shock energetico devono ancora manifestarsi appieno“.
Soprattutto sulla crescita economica. Per l’istituto di Francoforte, i rischi per le prospettive di crescita rimangono sbilanciati verso il basso, mentre quelli sull’inflazione tendono al rialzo, dato che la persistenza di prezzi energetici elevati “renderebbe più probabile un aumento generalizzato dell’inflazione attraverso effetti indiretti e di secondo impatto“.
Inflazione alta fino al 2027: la BCE verso nuova stretta dei tassi
L’incertezza resta quindi ai massimi livelli e la BCE segue da vicino l’evoluzione dello shock per calibrare le proprie mosse, garantendo il ritorno dell’inflazione verso il target del 2% nel medio termine.
Anche a costo di nuovi rialzi dei tassi di interesse? Probabilmente sì. Secondo l’ECB Watch gli stessi mercati stanno scontando una probabilità dell’86% per un aumento di 25 punti base, e con tanto di altri due ritocchi verso l’alto entro la fine dell’anno.
“Data la volatilità dei mercati energetici, tuttavia, rimane giustificata una continua vigilanza da parte della BCE. Continuiamo quindi a prevedere un aumento dei tassi d’interesse al 2,50% a settembre”, ha affermato Ulrike Kastens, economista senior presso DWS.
L’unica nota positiva arriva dai dati sull’attività economica. Nel secondo trimestre il PIL europeo è cresciuto dell’1% su base annua, superando nettamente la stima degli analisti, che si fermava allo 0,5%. Anche l’Italia ha registrato un incremento sensibile, con tanto di nuove prospettive al rialzo certificate dall’Ufficio Parlamentare di Bilancio.
Si tratta comunque di una boccata d’ossigeno temporanea. Gli indicatori anticipatori suggeriscono infatti che “la crescita economica rimarrà modesta a breve termine, frenata dallo shock energetico e dalle incertezze a esso associate”, si legge ancora nel bollettino. Anche se alcuni fattori di supporto potrebbero arrivare soprattutto dal settore pubblico, grazie agli investimenti pianificati nella difesa, nelle infrastrutture e alle riforme strutturali per la produttività e il mercato unico.
Tassi BCE tra inflazione e crescita: cosa possono fare i possessori di certificati
Dopo la pausa sui tassi deliberata lo scorso 23 luglio ora per investitori e possessori di certificati attende l’appuntamento del 9-10 settembre. Per definire l’orientamento di politica monetaria adeguato, il Consiglio direttivo continuerà ad adottare un approccio rigorosamente basato sui dati, decidendo riunione per riunione senza vincolarsi a un percorso predefinito.
Fino ad allora, i possessori di certificati dovrebbero verificare la distanza attuale dei sottostanti dalle barriere d’arresto o di capitale, dando preferenza a strumenti con barriere molto profonde (ad esempio al 50% o 40% dai prezzi iniziali) per attutire eventuali scossoni di mercato.
La prospettiva di un rallentamento della crescita economica e costi del debito più alti per le aziende potrebbero mettere sotto stress i titoli azionari sottostanti, avvicinandoli alle barriere di protezione.
A prescindere, meglio evitare decisioni dettate dall’emotività, tanto manca solo poco più di un mese alla prossima riunione.

