Inflazione Italia ed Eurozona, prezzi al consumo ancora sopra il 2%: focus sulle prossime mosse BCE

Arrivano nuovi segnali dal fronte dell’inflazione italiana e dei prezzi al consumo europei. Sebbene i dati di giugno mostrino un rallentamento rispetto al mese precedente, la crescita dei prezzi continua a rimanere ben al di sopra dell’obiettivo del 2% fissato dalla Banca Centrale Europea.

Infatti ora la palla passa al Consiglio direttivo della BCE, che si riunirà il 23 luglio per decidere se lasciare invariati i tassi di interesse oppure procedere con un nuovo rialzo.

In Europa i prezzi al consumo rallentano, ma l’inflazione resta elevata

Partiamo prima con i prezzi al consumo europei. Secondo l’ultimo bollettino di EUROSTAT, il tasso d’inflazione annuale dell’area euro si è attestato al 2,8% nel mese di giugno 2026, in calo rispetto al 3,2% registrato a maggio. Anche considerando l’intera Unione Europea si osserva una dinamica simile: l’inflazione è scesa al 2,9% dal 3,3% del mese precedente, mentre dodici mesi fa si attestava al 2,3%.

Le differenze tra i vari Paesi restano comunque molto marcate. I livelli più contenuti sono stati registrati in Svezia (1,0%), Repubblica Ceca (1,1%) e Danimarca (1,8%), mentre i valori più elevati hanno riguardato Romania (9,2%), Lituania (5,4%) e Bulgaria (5,2%). Rispetto a maggio, l’inflazione è diminuita in ventidue Stati membri, è rimasta stabile in tre ed è aumentata solamente in due.

Analizzando le componenti dell’indice, emerge come il contributo maggiore all’inflazione dell’Eurozona sia arrivato ancora dai servizi (+1,51 punti percentuali). Seguono l’energia (+0,77 punti), alimentari, alcol e tabacco (+0,29 punti) e i beni industriali non energetici (+0,18 punti).

Anche i prezzi al consumo in Italia registrano un rallentamento, ma i rincari energetici accelerano

Anche in Italia l’inflazione mostra segnali di moderazione, pur restando sopra la soglia del 2%. Secondo la stima definitiva diffusa dall’ISTAT, nel mese di giugno 2026 l’indice nazionale dei prezzi al consumo (NIC) ha registrato una variazione congiunturale pari a zero e un incremento tendenziale del 3,0%, in lieve diminuzione rispetto al 3,2% di maggio.

Il rallentamento è attribuito soprattutto alla frenata degli alimentari non lavorati, passati dal +5,5% al +4,4%, dei servizi ricreativi, culturali e per la cura della persona, scesi dal +3,0% al +2,7%, e dei servizi relativi ai trasporti, diminuiti dal +1,7% all’1,1%.

Di segno opposto, invece, l’andamento del comparto energetico. I prezzi degli energetici regolamentati accelerano dal +5,6% al +9,2%, mentre quelli degli energetici non regolamentati salgono dal +12,5% al +13,3%, confermando come le conseguenze della guerra in Medio Oriente stiano ancora pesando sui prezzi al consumo nazionali e non.

Lo confermano anche i dati relativi al peso dell’indice IPCA sulle famiglie italiane, in particolare quelle con redditi e livelli di spesa più bassi: hanno registrato un’inflazione del 3,7%, contro il 2,6% osservato per quelle con capacità di spesa più elevata. Proprio il differenziale di 1,1 punti percentuali è riconducibile soprattutto al maggior peso che alimentari ed energia hanno nei bilanci delle famiglie economicamente più fragili.

La BCE verso una pausa a luglio, ma il mercato guarda già a settembre

Tutti questi dati, insieme agli altri indicatori macroeconomici, saranno al centro della prossima riunione di politica monetaria della BCE, dove con molta probabilità verrà deciso di non alzare al momento i tassi.

In effetti, anche nei mercati per ora lo scenario prevalente sembra essere quello di una pausa sui tassi di interesse. Secondo le rilevazioni di ECB Watch, il mercato assegna circa il 92% di probabilità al mantenimento del tasso sui depositi al 2,25%. Anche il sondaggio realizzato da Reuters mostra un orientamento simile: tutti i 74 economisti intervistati ritengono che la BCE manterrà invariato il costo del denaro nella riunione di luglio.

Lo scenario potrebbe però cambiare rapidamente nei mesi successivi. Sempre secondo Reuters, il 70% degli economisti intervistati (52 esperti su 74) prevede un nuovo rialzo dei tassi entro la fine del 2026, con il mese di settembre indicato come il momento più probabile. Anche le rilevazioni di ECB Watch danno per scontato il mese di settembre, con al momento un 79% di probabilità.

Il motivo di questo rialzo è lampante: la nuova accelerazione dei prezzi dell’energia dovuta al riaccendersi della guerra in Medio Oriente, che rischia di alimentare ulteriori pressioni inflazionistiche.

Va ricordato che la BCE ha già aumentato i tassi una volta nel corso di quest’anno, distinguendosi da altre grandi banche centrali, come la Federal Reserve, la Bank of England e la Bank of Canada, che hanno invece mantenuto un approccio più attendista.

Nonostante il rallentamento osservato a giugno, l’inflazione dell’Eurozona al 2,8% rimane ancora sensibilmente superiore al target del 2% perseguito dalla BCE. Il che lascia aperta la possibilità di ulteriori interventi sui tassi, tanto servirà tempo prima che i prezzi al consumo tornino intorno al 2%: il consenso degli economisti continua a indicare che l’inflazione non dovrebbe tornare stabilmente al 2% prima del secondo trimestre del 2027.

Eurozona tra inflazione, prezzi al consumo e BCE: i rischi per i possessori di certificati

Tutto sarà più chiaro tra qualche giorno, quando il comitato BCE si riunirà per decidere sui tassi di interesse. Proprio questo evento investitori e possessori di certificati dovranno monitorare con attensione, e acosì anche l’evoluzione dell’inflazione e dei prezzi energetici e di altri dati macroeconomici.

Come quello del Prodotto Interno Lordo. L’economia dell’Eurozona continua infatti a mostrare una crescita molto debole: il PIL si è contratto dello 0,2% nel primo trimestre, mentre per i trimestri successivi gli economisti prevedono una ripresa estremamente contenuta, pari a circa +0,2%, con una crescita complessiva del 2026 stimata intorno allo 0,5%.

Tra l’altro, prima di effettuare nuove operazioni può essere utile valutare se il prodotto sia ancora coerente con il proprio orizzonte temporale e con il livello di rischio che si è disposti a sostenere. Tassi di interesse che restano elevati o che dovessero salire ancora tendono infatti a influenzare il valore dei certificati, soprattutto quelli con durata residua più lunga o con strutture particolarmente sensibili all’andamento dei mercati finanziari.

Comments are closed