L’economia dei due principali blocchi occidentali sta viaggiando a due velocità diverse: gli Stati Uniti rallentano più del previsto nel secondo trimestre del 2026, mentre l’Eurozona sorprende in positivo e cresce più delle attese.
Su entrambi i fronti pesa però l’ombra della guerra in Medio Oriente, che continua ad alimentare una forte volatilità sui prezzi dell’energia.
PIL USA rallenta nel secondo trimestre: in calo investimenti ed export
Negli Stati Uniti il PIL è cresciuto a un tasso annualizzato dell’1,5%. Si tratta di una frenata evidente rispetto al 2,1% dei primi tre mesi dell’anno, un dato che delude anche le stime degli economisti intervistati da Bloomberg, che scommettevano su un +2%.
Secondo i dati del Bureau of Economic Analysis (BEA), a zavorrare i conti sono stati non solo il calo della spesa pubblica ma anche il rallentamento di esportazioni e investimenti aziendali.
Nel dettaglio, le esportazioni sono frenate dal calo del turismo che ha vanificato l’aumento delle spedizioni di petrolio spinte dalla guerra. Parallelamente, anche la corsa agli investimenti nell’infrastruttura per l’intelligenza artificiale, che aveva spinto il PIL a inizio anno, ha tirato un po’ il freno a mano: la crescita degli investimenti privati è infatti scesa dall’1,4% allo 0,5%.
La spesa dei consumatori ha tenuto comunque botta, crescendo del 2,1% contro lo 0,4% del trimestre precedente grazie soprattutto ai rimborsi fiscali, a dimostrazione che l’economia americana resta in salute nonostante le tensioni legate al conflitto con l’Iran firmato Donald Trump.
Sorpresa PIL Eurozona in (lieve) rialzo grazie a investimenti e spesa pubblica
Tutta un’altra storia nell’Eurozona. Dati EUROSTAT, i 21 paesi della moneta unica hanno registrato un +0,4% su base trimestrale, battendo lo 0,2% stimato dal consenso Reuters grazie alle prestazioni superiori alle attese dei paesi principali.
Su base annua la crescita per i 360 milioni di cittadini del blocco è salita all’1,0% (contro lo 0,5% previsto), portando anche a revisioni al rialzo per i trimestri passati. Guardando ai singoli stati, Germania, Francia e Italia sono cresciute dello 0,2%, la Spagna ha fatto da traino con un +0,7% (sopra le stime dello 0,6%) e i Paesi Bassi hanno raddoppiato le aspettative mettendo a segno un +0,4%.
A spingere la ripresa sono stati gli investimenti nell’IA, una spesa pubblica sostenuta e diversi fattori straordinari che hanno assorbito il colpo dei rincari energetici e del conflitto iraniano.
L’Europa ha dunque mostrato una resilienza simile a quella già vista durante la pandemia o all’inizio della guerra in Ucraina, supportata da un mercato del lavoro che tiene fermo il tasso di disoccupazione al 6,3%.
Le prospettive paradossali del 2026 per PIL USA ed Eurozona
Nonostante i numeri differenti, le reazioni dei mercati invitano alla cautela. Negli USA la risposta agli scarsi dati sul PIL è stata piuttosto fredda, con rendimenti dei Treasury e dollaro in leggero calo.
Ajay Rajadhyaksha di Barclays ha fatto notare che gli investitori hanno praticamente ignorato il dato negativo. Di parere opposto Oliver Allen di Pantheon Macroeconomics, che considera la tenuta attuale solo temporanea: esaurito l’effetto dei rimborsi fiscali, con stipendi che crescono poco, benzina cara e risparmi ai minimi, la spesa delle famiglie è destinata a calare.
In Europa la sorpresa positiva non cancella le preoccupazioni per i prossimi mesi. Jörg Krämer di Commerzbank evidenzia come le tensioni in Medio Oriente allontanino un accordo tra USA e Iran, e “questo probabilmente frenerà la ripresa economica nella seconda metà dell’anno“. La maggior parte degli analisti vede ora la crescita annua dell’Eurozona sotto l’1%, al di sotto del suo già ridotto potenziale e staccata dagli USA, che puntano a chiudere l’anno sopra il 2% spinti da investimenti privati nell’IA massicci e forse poco sostenibili nel lungo periodo.
PIL contrastato e tensioni geopolitiche: cosa devono fare i possessori di certificati
Dunque uno scenario misto è quello all’orizzonte, che investitori e possessori di certificati non devono prendere sottogamba.
Da una parte abbiamo una volatilità energetica sempre alta che alza l’incertezza sui mercati, dall’altra una ripresa europea modesta e un’economia USA che rischia di rallentare i consumi. Per i certificati con sottostanti azionari, questo significa che la pressione sulle barriere potrebbe aumentare nei prossimi mesi, specialmente per i titoli legati al consumo discrezionale o all’hi-tech americano sovraprezzato.
Cosa ha senso fare in concreto? Innanzitutto conviene fare un check del livello di protezione dei propri strumenti se i certificati in portafoglio hanno barriere vicine, potrebbe essere il momento di ruotare il capitale su strutture più difensive.
Conviene anche diversificare i sottostanti: in questa fase i settori difensivi o legati alle materie prime offrono una tenuta migliore rispetto a storie di crescita pura che dipendono da investimenti spinti, come l’IA.
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