Con le speranze di una de-escalation del conflitto con l’Iran sempre più fievoli, i prezzi del petrolio tornano a salire, allontanando così la prospettiva di un ripristino a breve del traffico marittimo e dei flussi petroliferi nel Medio Oriente.
Mentre si attende l’esito delle trattative per un intesa tra Stati Uniti e Iran nei prossimi giorni, sempre che la situazione non precipiti, i mercati energetici reagiscono in maniera decisamente volatile. Tutto a vantaggio dei colossi energetici, che registrato utili da favola.
Tensioni nel Golfo e Brent in rialzo: il Medio Oriente spaventa le forniture di petrolio
La spinta rialzista del petrolio è arrivata dopo l’attacco missilistico contro una petroliera saudita al largo di Yanbu, uno snodo fondamentale per le esportazioni di greggio del paese. Questo evento ha fatto nuovamente salire i prezzi ad appena ventiquattr’ore di distanza dal calo del 5% registrato martedì 4 agosto, giorno in cui il Qatar aveva parlato di progressi nei tentativi di mediazione per porre fine alle ostilità.
Bisogna considerare che prima dello scoppio della guerra circa il 20% del petrolio e del gas naturale liquefatto mondiale transitava dallo Stretto di Hormuz. Secondo gli analisti di IG, il nodo principale riguarda la pretesa dell’Iran di mantenere un certo controllo su questa rotta strategica e il netto rifiuto degli Stati Uniti di accettare una simile condizione.
La pressione aumenta anche per gli Stati Uniti. I dati dell’American Petroleum Institute riferiscono che, nella settimana conclusasi il 31 luglio, le scorte statunitensi di greggio sono salite di circa 2,7 milioni di barili e quelle di benzina sono aumentate, ma sono diminuite le scorte di distillati.
Forniture sotto pressione nel Mar Rosso: Goldman Sachs stima il Brent fino a 90 dollari
In questo scenario di segnali contrastanti sui colloqui tra Washington e Teheran per fermare un conflitto ormai arrivato al quinto mese, il petrolio Brent al momento si attesta attorno agli 85 dollari al barile.
Una quotazione che potrebbe però nei prossimi giorni (o settimane) aumentare, o scendere: tutto dipenderà dagli eventuali sviluppi della guerra in Medio Oriente.
A tal riguardo, gli analisti di Goldman Sachs ipotizzano che il prezzo possa oscillare tra gli 80 e i 90 dollari al barile fino a quando non ci saranno sviluppi chiari su un accordo sul nucleare o su una nuova escalation.
Secondo la banca d’affari, il mercato sta già scontando una parte dei rischi geopolitici e stima il valore di equilibrio del Brent intorno agli 80 dollari, ritenendo che i prezzi attuali riflettano solo in parte il premio per il rischio legato a possibili tagli alle forniture.
Già infatti i mercati fisici rimangono sotto pressione: le scorte di petrolio globali tracciabili sono scese di circa 6,3 milioni di barili al giorno, mentre le esportazioni dal Golfo aono calate a circa il 36% rispetto ai livelli prebellici.
La guerra spinge la benzina e fa volare i bilanci dei giganti energetici
Tuttavia, non tutti stanno subendo perdite da questo contesto. I risultati trimestrali pubblicati di recente dalle grandi compagnie energetiche mostrano anzi come il conflitto abbia spinto i profitti a breve termine dei principali gruppi del settore.
A titolo d’esempio, ExxonMobil e Chevron hanno registrato utili in forte crescita spinti dall’aumento dei prezzi del greggio: Exxon ha raddoppiato i profitti su base annua arrivando a 14,5 miliardi di dollari, mentre l’utile netto di Chevron è cresciuto di quasi il 400%.
L’impatto è stato ancora più marcato sul fronte della raffinazione. Gli utili di Valero Energy sono saliti di oltre il 400% rispetto all’anno precedente, in un contesto in cui la stessa azienda stima un deficit di capacità di raffinazione globale pari a cinque milioni di barili al giorno e una carenza di oltre 100 milioni di barili nelle scorte. Allo stesso modo, la divisione raffinazione di Chevron ha visto i profitti impennarsi del 500% sulla scia dei rincari di benzina e diesel.
Senza contare anche i futures sul greggio statunitense: tra aprile e giugno, hanno viaggiato ad una media superiore ai 92 dollari, con un balzo trimestrale del 27%.
Petrolio tra guerra, Brent e utili: i rischi per i possessori di certificati
Insomma, un clima di forte volatilità e di scossoni sui prezzi del petrolio, il che non il massimo per investitori e possessori di certificati, anche se la situazione cambia a seconda dei sottostanti presi di mira.
Se in portafoglio ci sono certificati legati a grandi gruppi petroliferi o del settore energetico, il rialzo dei titoli azionari e l’aumento della volatilità tendono a far salire la quotazione del certificato sul mercato secondario, allontanando il rischio che i titoli finiscano sotto la barriera di protezione e rendendo molto più probabile un eventuale richiamo anticipato con incasso di premio.
Al contrario, per i certificati scritti su settori penalizzati dal caro energia, come compagnie aeree o aziende manifatturiere energivore, la pressione sui prezzi rischia di spingere i sottostanti verso i livelli di guardia.
Quello che conviene fare adesso è un controllo attento del portafoglio per verificare la distanza attuale dalle barriere, valutare se vendere quei prodotti legati all’oil che sono saliti sopra la parità per portare a casa il guadagno prima di un possibile ritracciamento delle materie prime.

