Come accaduto con il PIL, l’inflazione viaggia a doppia velocità sia per gli Stati Uniti che per l’Eurozona, entrambe comunque sofferenti per la riaccensione della guerra in Medio Oriente.
Un andamento che piace poco alle rispettive banche centrali, Federal Reserve e Banca Centrale Europea, che si preparano a cambiare rotta, abbandonando l’idea di mantenere i tassi stabili per valutare apertamente nuovi rialzi.
Frena il calo dei prezzi al consumo: l’Eurozona viaggia al 2,9% a luglio
A luglio, come ci si aspettava, l’inflazione nell’Eurozona ha mostrato una leggera salita. Secondo i dati EUROSTAT, il prezzo al consumo su scala annua si aggira al 2,9%, in crescita rispetto al 2,8% registrato a giugno.
Guardando dentro i singoli comparti, il rincaro maggiore riguarda l’energia, che schizza al 10,0% dal precedente 8,5%. Seguono i servizi al 3,3% (in lieve aumento dal 3,2%), gli alimentari con alcolici e tabacco al 1,2% (in calo dall’1,5%) e i beni industriali non energetici allo 0,9% (dallo 0,7%).
La mappa europea vede la Lituania in testa con un’inflazione al 5,6%, seguita da Bulgaria al 4,1%, Cipro al 4,0%, Spagna al 3,8% e Croazia al 3,6%. Sul versante opposto troviamo l’Estonia con il dato più basso al 2,0%, poi Malta al 2,1%, Francia al 2,4%, Lettonia al 2,5%, fino ad Austria e Finlandia, entrambe al 2,6%. Per quanto riguarda le economie principali, la Germania sale al 2,8% mentre l’Italia si allinea esattamente alla media europea del 2,9%.
Tregua sull’inflazione USA: 3,5% a giugno (ma le tensioni potrebbero riaccenderla)
Oltreoceano, gli ultimi rilevamenti statunitensi mostrano un’inflazione ancora ben distante dal target desiderato dalla FED. I dati del Dipartimento del Lavoro indicano un Indice dei Prezzi al Consumo ora al 3,5% su base annua a giugno, in calo dopo il picco del 4,2% di maggio che aveva segnato il valore più alto da aprile 2023.
Su base mensile si nota un calo dello 0,4%, il primo da oltre quattro anni, a fronte dell’aumento dello 0,5% del mese prima. Si tratta di numeri migliori rispetto alle stime degli economisti intervistati da Reuters, che prevedevano un +3,8% annuo e un calo mensile contenuto allo 0,1%.
Questa frenata mensile dell’IPC si spiega soprattutto con il crollo del 5,7% nei prezzi energetici, favorito da un temporaneo periodo di tregua, con la benzina scesa del 9,7% nel mese ma pur sempre in crescita del 26,7% rispetto all’anno precedente.
Difficilmente comunque l’inflazione andrà a calare in futuro: l’intesa per il cessate il fuoco è recentemente naufragata dopo i recenti attacchi alle petroliere nello Stretto di Hormuz e il conseguente scontro militare diretto tra Stati Uniti e Iran. Già i prezzi della benzina sono in aumento: martedì la media nazionale è salita a 3,86 dollari al gallone, rispetto ai 3,79 dollari della settimana scorsa.
Addio al mantenimento dei tassi: Fed e BCE valutano aumenti a settembre
Il trend dell’inflazione sembrava indirizzato verso la discesa in vista del 2026, ma gli attacchi sferrati da Stati Uniti e Israele contro l’Iran a fine febbraio hanno causato un’impennata dei costi energetici, destinata secondo la Fed a ripercuotersi sull’intera economia.
All’interno del Comitato della Federal Reserve la tensione è palese: tre presidenti regionali hanno già votato a favore di un rialzo dei tassi dello 0,25%, staccandosi dalla maggioranza che ha scelto per ora la linea della stabilità.
La BCE si trova in una posizione del tutto simile e settembre potrebbe portare una stretta monetaria. Dopo aver lasciato i tassi invariati la scorsa settimana, l’istituto di Francoforte ha fatto capire senza troppi giri di parole che la riunione di fine estate potrebbe chiudersi con un aumento, spinto dal rincaro di gas e petrolio causato dal conflitto.
A confermare questa linea ci ha pensato anche il governatore della banca centrale slovacca Peter Kazimir, spiegando che un nuovo rialzo sarà inevitabile per contenere i prezzi e che “un peggioramento delle prospettive potrebbe giustificare un inasprimento maggiore del previsto“.
Inflazione e tensioni FED-BCE: la migliore mossa per i possessori di certificati
Se si guarda ai dati FED e ECB Watch, la situazione non è delle migliori: l’aumento di 25 punti percentuali è dato all’88% per quanto riguarda la seduta FOMC del 10 settembre, e al 65% circa per la riunione BCE del 16 settembre.
Un contesto di tassi destinati dunque a salire o a restare alti a lungo. Non il massimo per investitori e possessori di certificati. Sebbene, da un lato, la crescita dei tassi porta ad un aumento dei rendimenti cedolari per i prodotti di nuova emissione, poiché gli strutturatori possono contare su componenti obbligazionarie sottostanti più remunerative, dall’altro i certificati già presenti in portafoglio rischiano di subire un calo del loro valore di mercato lineare.
Inoltre, la forte volatilità sui mercati azionari e sulle materie prime energetiche rende più instabili i titoli sottostanti, aumentando il rischio di avvicinarsi alle barriere di protezione.
Per chi ha già in mano questi strumenti, la miglior cosa da fare è analizzare la distanza attuale dalle barriere dei propri prodotti, privilegiando i certificati con barriere molto profonde o di tipo capitale garantito. In attesa di nuovi dati su inflazione, guerra e via scorrendo.

