Rispetto al mese di luglio, la Banca Centrale Europea ha scelto di mantenere i tassi di interesse fermi al 2,25% durante l’ultima riunione del comitato di politica monetaria, una decisione che i mercati avevano ampiamente calcolato.
Le novità principali riguardano però il futuro: i vertici della BCE hanno discusso apertamente la possibilità di nuovi rialzi nei prossimi mesi per contrastare la ripartenza dei prezzi del petrolio, lasciando la questione tassi del tutto aperta.
La BCE frena sui tassi a luglio, ma la crisi energetica riapre la partita dell’inflazione
A luglio l’istituto di Francoforte aveva alzato i tassi di un quarto di punto, sempre al 2,25%, diventando la prima tra le banche centrali del G7 a stringere la presa per arginare i rincari energetici causati dalle tensioni in Medio Oriente.
In questa occasione si è preferito prendere una pausa, ma la decisione non è stata del tutto lineare. Christine Lagarde ha spiegato che la scelta di fermarsi è stata unanime, anche se diversi membri del consiglio direttivo si sono chiesti se non fosse il caso di intervenire subito con un altro ritocco all’insù. A pesare sulle valutazioni è la fine della tregua tra Stati Uniti e Iran, che ha riacceso le tensioni sulle materie prime.
La situazione sul fronte energetico resta infatti complicata. Dall’inizio del mese le quotazioni del greggio sono salite di oltre il 30%, spinte dal blocco delle trattative e dai forti limiti alla navigazione nello Stretto di Hormuz. A peggiorare il quadro si sono aggiunti gli attacchi degli Houthi a due petroliere saudite nel Mar Rosso, che hanno spinto il petrolio oltre la soglia dei 100 dollari al barile per la prima volta da maggio.
Pausa strategica per la BCE: focus sull’inflazione in aumento
Se il conflitto dovesse perdurare altre settimane, sarebbe inevitabile una nuova impennata inflazionistica.
Già la BCE aveva stimato un rialzo del genere nella seduta precedente: un picco dell’inflazione al 3,4% nella seconda metà dell’anno — ben sopra il target del 2% — e poi un rientro verso il 3% all’inizio del 2027. Durante la conferenza stampa la Lagarde ha riferito che, sebbene l’inflazione dell’energia sia diminuita a giugno, probabilmente l’inflazione rimarra “ben al di sopra del target fino alla prima metà del 2027“.
Non c’è molto ottimismo nell’aria. Secondo le analisi di Goldman Sachs, la recente fiammata dell’energia rischia di cancellare i passi avanti fatti sui prezzi nei primi mesi dell’anno. DWS ritiene invece che l’inflazione generale possa tornare al 2% nella seconda metà del prossimo anno, mentre quella di fondo potrebbe rimanere più alta a causa della spinta dei servizi.
I mercati scommettono su un aumento dei tassi BCE a settembre
Come detto sopra, la decisione della BCE di mantenere invariati i tassi era stata ampiamente preannunciata dai mercati.
E forse sarà così anche per il rialzo dei tassi a settembre. Michael Field, chief strategist per i mercati europei di Morningstar, ha affermato che tra gli operatori sta crescendo la convinzione “che la banca possa procedere a un nuovo aumento dei tassi a settembre, alla luce del protrarsi del conflitto in Iran e del ritorno del prezzo del petrolio sopra i 98 dollari al barile”.
Anche le scommesse degli operatori vanno in questa direzione: i mercati swap stimano già due rialzi da un quarto di punto entro i primi mesi del prossimo anno, posizionando la prima mossa tra settembre e ottobre. Al momento, secondo l’ECB Watch Tool, le probabilità di un ritocco a settembre sono alte (intorno al 93%), e c’è quasi un 50% di possibilità che ne segua un altro a dicembre.
Se i costi energetici rimarranno elevati, la linea rigida sui tassi diventerà l’opzione più probabile.
BCE tra tassi e inflazione: come possono proteggersi i possessori di certificati
Uno scenario di tassi fermi ma orientati al rialzo non è il massimo per investitori e possessori di certificati, soprattutto se legati al mercato obbligazionario.
Secondo il Financial Times, l’impennata dei prezzi del petrolio ha riacceso la svendita di obbligazioni, spingendo i costi di finanziamento per le principali economie europee al livello più alto da oltre un decennio. A titolo d’esempio, i rendimenti dei Bund decennali hanno raggiunto il 3,21%, il livello più alto dal 2011. Quelli del BTP decennale invece il 4,06%, in aumento di oltre 11 punti percentuali da un mese, il livello più alto da giugno 2024.
A sua volta, i possessori di certificati a capitale protetto legati ai tassi potrebbero godere di rendimenti minimi più generosi, mentre icoloro che hanno prodotti su azioni o indici potrebbero soffrire una maggiore volatilità, spinta dalle tensioni sulle materie prime e sui costi aziendali.
In sostanza, la probabilità di assistere a scossoni sui prezzi di mercato dei certificati già in portafoglio potrebbe aumentare, così come la possibilità che i rendimenti delle nuove emissioni debbano salire per restare interessanti.
Chi ha questi strumenti in portafoglio dovrebbe prima di tutto verificare la distanza dalle barriere dei propri certificati cash collect o express, assicurandosi che ci sia un margine di protezione sufficiente ad assorbire eventuali fasi di ribasso dei sottostanti. Per chi vuole inserire nuova liquidità, la scelta più prudente è distribuire gli acquisti nel tempo ed evitare di esporsi troppo prima delle decisioni della BCE di settembre.