Dollaro in recupero tra guerra, petrolio e attese sulle banche centrali FED e BCE

Il dollaro statunitense torna a rafforzarsi dopo diverse settimane caratterizzate da debolezza, sostenuto dalla rinnovata ricerca di beni rifugio registrata recentemente a causa degli ultimi eventi geopolitici.

Gli occhi sono infatti ora puntati sull’evoluzione del conflitto tra Stati Uniti e Iran, le cui conseguenze nel mercato energetico (e inevitabilmente sull’inflazione globale) saranno al centro delle prossime sedute della Federal Reserve (e anche della Banca Centrale Europea).

Il dollaro si rafforza grazie alla corsa verso i beni rifugio

Dopo un periodo di difficoltà, il biglietto verde si sta stabilizzando. L’indice del dollaro (Dollar Index), che misura l’andamento della valuta statunitense rispetto a un paniere composto da sei delle principali divise mondiali, si sta attestando intorno ai 100,76 punti, in aumento rispetto ai 100,46 di ieri lunedì 20 luglio.

Il movimento riflette il crescente orientamento degli investitori verso gli asset considerati più sicuri in una fase di forte incertezza internazionale. Le tensioni tra Stati Uniti e Iran restano infatti il principale elemento di preoccupazione per i mercati finanziari, con gli Houthi dello Yemen, sostenuti dall’Iran, che hanno annunciato un blocco navale nei confronti dell’Arabia Saudita, aprendo un nuovo fronte nella crisi regionale.

Proprio questa notizia ha riacceso i timori su possibili ripercussioni per le forniture energetiche mondiali e per il commercio internazionale, aumentando l’incertezza degli operatori.

Parallelamente, però, proseguono anche i tentativi diplomatici per evitare un’escalation del conflitto. Un alto funzionario iraniano ha dichiarato lunedì a Reuters che Teheran avrebbe ricevuto dai mediatori una proposta per un cessate il fuoco della durata di dieci giorni.

Proprio queste aperture hanno contribuito a ridimensionare la corsa del petrolio. Il WTI è rimasto praticamente stabile a 82,50 dollari al barile, mentre il Brent ha registrato un lieve rialzo dello 0,08%, portandosi a 88,17 dollari, dopo aver raggiunto i livelli più elevati da oltre un mese.

Inflazione ancora al centro dell’attenzione

L’evoluzione della guerra in Medio Oriente continua ad alimentare dubbi sull’andamento futuro dell’inflazione globale. I dati positivi sull’inflazione statunitense diffusi la settimana scorsa avevano inizialmente ridotto l’entusiasmo nei confronti della valuta americana, raffreddando le aspettative di ulteriori rialzi dei tassi da parte della Federal Reserve.

A sua volta, l’incertezza sul conflitto ha lasciato il dollaro in una sorta di fase di equilibrio, con molti investitori che preferiscono evitare esposizioni particolarmente elevate in attesa di un quadro più definito.

Rimangono però numerose incognite. Una parte importante dell’evoluzione dei prezzi dipenderà infatti dalla velocità con cui il traffico commerciale attraverso lo Stretto di Hormuz tornerà alla normalità e dalla stabilizzazione del mercato petrolifero.

A prescindere, secondo Jimmy Jean, capo economista e stratega di Desjardins, un indebolimento strutturale del dollaro non è uno scenario imminente. Un deprezzamento prolungato del dollaro statunitense sembra più probabile nel 2027. Prevediamo che il dollaro rimarrà stabile nei prossimi mesi, fino a quando il quadro dell’inflazione non sarà più chiaro.”

Federal Reserve e BCE: le aspettative dei mercati

L’attenzione degli investitori rimane comunque concentrata soprattutto sulle prossime decisioni delle banche centrali.

Per quanto riguarda la Federal Reserve, al momento il mercato non ritiene probabile un rialzo dei tassi nella riunione di luglio. Secondo i dati raccolti da LSEG, gli operatori continuano comunque ad attendersi almeno un aumento del costo del denaro entro la fine dell’anno.

Dopo la pubblicazione degli ultimi dati sull’inflazione e sul mercato del lavoro statunitense, le probabilità assegnate dal mercato a un rialzo dei tassi nella riunione imminente sono scese al 14,4%, in netto calo rispetto a oltre il 40% registrato soltanto una settimana prima.

Restano invece decisamente più elevate le aspettative per il meeting di settembre, quando le probabilità di un aumento dei tassi vengono stimate intorno al 65,5%.

Anche la Banca centrale europea sarà chiamata a riunirsi nei prossimi giorni. In questo caso, i mercati attribuiscono circa il 13% di probabilità a un rialzo dei tassi nell’incontro imminente, mentre le attese di una stretta monetaria nella riunione di settembre salgono fino al 78%.

Dollaro non troppo sotto pressione: cosa cambia per i possessori di certificati

Inevitabile per investitori e possessori di certificati qualche conseguenza di tutto quanto qua raccontato (rafforzamento del dollaro, elevata volatilità, incertezza sulle prossime decisioni di FED e BCE) sui prodotti di investimento.

In particolare, i certificati con esposizione al mercato statunitense possono beneficiare o risentire dei movimenti del cambio euro-dollaro, mentre quelli collegati ai titoli energetici o agli indici azionari potrebbero registrare oscillazioni più marcate in presenza di nuovi sviluppi sul fronte geopolitico.

Per questo motivo è consigliabile verificare la struttura del proprio certificato, prestare attenzione alle date di osservazione, ai livelli barriera e agli eventuali effetti del cambio, evitando decisioni dettate esclusivamente dalla volatilità di breve periodo.

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