Eurozona tra luci e ombre: cala il deficit ma il debito torna a crescere

L’economia dell’Eurozona continua a muoversi su un equilibrio delicato, con segnali positivi ma anche nuove preoccupazioni sul fronte dei conti pubblici.

Da una parte, il rapporto tra disavanzo pubblico e PIL ha registrato un lieve miglioramento nel primo trimestre del 2026, dovuto stavolta non dalla riduzione della spesa pubblica.

Dall’altra, però, il rapporto tra debito pubblico lordo e PIL è tornato ad aumentare, spinto dalla crescita del debito in diversi Paesi membri dell’Unione Europea.

Un quadro contrastante che finirà inevitabilmente sotto la lente della Banca Centrale Europea, chiamata a breve a valutare questi dati insieme agli altri principali indicatori macroeconomici, dall’inflazione all’andamento dei prezzi energetici, nelle prossime riunioni di politica monetaria.

Deficit/PIL Eurozona migliora grazie al calo della spesa pubblica…

Partiamo con il rapporto deficit/PIL pubblicato ieri 21 luglio dall’EUROSTAT.

Nel primo trimestre del 2026 il rapporto tra disavanzo pubblico e PIL destagionalizzato si è attestato al 3,1% sia nell’area euro sia nell’intera Unione Europea. Nell’Eurozona il dato rappresenta un leggero miglioramento rispetto al 3,2% registrato nel quarto trimestre del 2025, mentre nell’UE il rapporto è diminuito rispetto al precedente livello del 3,4%.

Il miglioramento dei conti pubblici europei è legato soprattutto all’evoluzione della spesa pubblica. Nell’area euro, infatti, le entrate complessive delle amministrazioni pubbliche hanno raggiunto il 47,1% del PIL, in calo rispetto al 47,3% del trimestre precedente.

Rispetto alle precedenti rilevazioni, qui la diminuzione percentuale non è stata determinata da un calo delle entrate in valore assoluto, che anzi sono aumentate di circa 1 miliardo di euro su base destagionalizzata, ma dall’effetto combinato con la crescita del PIL nominale.

Sul fronte delle uscite, la spesa pubblica complessiva dell’Eurozona si è attestata al 50,2% del PIL, in diminuzione rispetto al 50,4% del quarto trimestre del 2025. In questo caso, invece, il calo è stato favorito da una riduzione della spesa pubblica totale destagionalizzata di circa 1 miliardo di euro, accompagnata anche qui dall’aumento del PIL nominale.

Anche osservando l’intera Unione Europea emerge un andamento simile. Le entrate pubbliche complessive sono state pari al 46,6% del PIL, leggermente inferiori rispetto al 46,7% del trimestre precedente, nonostante un incremento in termini assoluti di circa 9 miliardi di euro. Parallelamente, la spesa pubblica totale è scesa al 49,8% del PIL, rispetto al 50,1% del trimestre precedente, con una riduzione della spesa destagionalizzata di circa 2 miliardi di euro.

…ma il debito pubblico torna a salire nell’Eurozona

Se il dato sul deficit mostra un miglioramento, il fronte del debito pubblico presenta invece un quadro meno favorevole. Sempre secondo EUROSTAT, alla fine del primo trimestre del 2026 il rapporto tra debito pubblico lordo e PIL nell’Eurozona si è attestato all’88,9%, in forte aumento rispetto all’87,7% registrato alla fine del quarto trimestre del 2025.

Anche nell’intera Unione Europea il rapporto è cresciuto, passando dall’81,8% all’82,9%. Il confronto con lo stesso periodo dell’anno precedente conferma la tendenza: nell’area euro il rapporto debito/PIL è passato dall’87,2% all’88,9%, mentre nell’UE è salito dall’81,4% all’82,9%.

La situazione resta particolarmente delicata soprattutto nei Paesi con il maggiore peso del debito pubblico sull’economia. Alla fine del primo trimestre del 2026 il rapporto più elevato è stato registrato dalla Grecia, con un livello del 143,5%, seguita dall’Italia con il 138,9%, dalla Francia con il 117,6%, dal Belgio con il 109,1% e dalla Spagna con il 101,6%.

Al contrario, i livelli più contenuti sono stati osservati in Estonia, con un rapporto debito/PIL del 25,2%, in Danimarca con il 26,8%, in Bulgaria con il 28,5% e in Lussemburgo con il 29,2%.

La BCE resta prudente sui prossimi rialzi dei tassi

Nel complesso, i dati sui conti pubblici europei non possono essere considerati negativi. Se infatti vengono analizzati insieme ai recenti PMI (Purchasing Managers’ Index) e agli altri indicatori economici che hanno mostrato segnali di miglioramento, il quadro dell’Eurozona appare meno preoccupante rispetto ai mesi precedenti.

Nonostante ciò, la BCE difficilmente ignorerà i nuovi elementi emersi, specie alla luce di altri dati come l’andamento dell’inflazione, i prezzi del petrolio e le conseguenze delle tensioni geopolitiche internazionali.

 

Al momento i mercati degli swap sui tassi non prevedono un aumento del costo del denaro nella riunione della BCE del 23 luglio, ma indicano una possibile stretta monetaria a settembre. Gli operatori stimano infatti una probabilità dell’85% per un rialzo dei tassi di 0,25 punti percentuali nella riunione di settembre, seguito poi da una possibile pausa per il resto del 2026.

Secondo Michael Field, chief strategist per i mercati europei di Morningstar, la BCE non avrebbe particolare fretta di intervenire nuovamente nel breve periodo. “Considerato che la BCE ha adottato misure decise il mese scorso, non vi è alcuna fretta di aumentare nuovamente i tassi di interesse questo mese, con oltre il 90% degli economisti che prevede il mantenimento dei tassi al 2,25%“, ha spiegato Field.

Lo stratega ha però sottolineato come il quadro resti caratterizzato da numerose variabili ancora aperte, tra cui “una totale mancanza di chiarezza sugli sviluppi della guerra in Iran e sull’andamento dei prezzi del petrolio“. Secondo Field, proprio questi elementi potrebbero spingere nuovamente verso l’alto l’inflazione nei prossimi mesi.

Eurozona tra debito e BCE: a cosa devono fare attenzione i possessori di certificati

Nel caso in cui le tensioni geopolitiche o un nuovo aumento dell’inflazione dovessero generare maggiore incertezza, la situazione potrebbe farsi più problematica per investitori e possessori di certificati, dato che potrebbero risentire maggiormente di eventuali correzioni dei mercati.

Senza contare che un eventuale rialzo dei tassi da parte della BCE potrebbe aumentare la volatilità sui mercati finanziari, influenzando a sua volta il comportamento degli strumenti collegati ad azioni, indici o altri sottostanti.

In sostanza, fino alla prossima riunione della BCE conviene monitorare la solidità degli emittenti e il livello delle barriere, valutando se il rendimento potenziale resta adeguato rispetto al rischio assunto. 

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