Debito US sempre più sotto pressione: in arrivo la tempesta perfetta tra tassi e deficit

Che si stia creando negli Stati Uniti la tempesta perfetta per quanto riguarda il costo del debito US?

In effetti la superpotenza americana si sta affacciando a un potenziale nuovo ciclo di contrazione monetaria, inaugurato con il rialzo dei tassi di settembre.

Una dinamica che potrebbe comportare un concreto pericolo. Ossia che la spesa per interessi netti, giunta a superare i 1.000 miliardi di dollari nel 2026, possa raddoppiare ben prima del previsto.

La tempesta perfetta del debito US: scatta l’allarme sui tassi

La crescita dell’indebitamento statunitense non mostra alcun segnale di frenata. Come confermano le rilevazioni ufficiali del Congressional Budget Office (CBO), il debito US ha raggiunto a settembre 2026 la cifra record di 40mila miliardi di dollari complessivi.

Di questo importo, circa 32mila miliardi rappresentano il debito detenuto dal pubblico (investitori privati, creditori esteri, la Federal Reserve) mentre i restanti 8mila miliardi corrispondono al debito intragovernativo.

Va detto però che il PIL nominale degli Stati Uniti viaggia anch’esso nell’ordine dei 40mila miliardi di dollari. Di conseguenza, il rapporto debito/PIL attuale non risulta schiacciante se messo a confronto con quello di diverse economie europee, Italia in primis.

La vera insidia è nella velocità d’incremento. Al ritmo di crescita corrente, il debito aumenta di quasi 58mila dollari al secondo, corrispondenti a circa 5 miliardi al giorno. In assenza di interventi strutturali di contenimento, sempre il CBO stima che il rapporto debito/PIL salirà al 120% entro il 2036, superando ampiamente il picco storico del 106% toccato nel 1946 subito dopo il secondo conflitto mondiale.

La corsa inarrestabile del debito US verso quote mai viste prima

La sostenibilità del debito US è rimasta sotto controllo finché la spesa media per interessi ha incorporato i tassi favorevoli del passato, quando i tassi FED si sono attestati attorno allo 0,25% tra il 2020 e il 2022.

Negli ultimi tempi, tuttavia, questo equilibrio si è incrinato.

Il rendimento del Treasury a 10 anni ha toccato il 5,34% e quello a 30 anni si è spinto fino al 5,69%, segnando i massimi dal 2002. E tutto questo nonostante gli interventi promossi dal Tesoro per frenare le tensioni sul reddito fisso, tra cui le operazioni di riacquisto (buyback) sulle scadenze a lungo termine per sostenere la liquidità del mercato.

Le proiezioni sono lungi dal migliorare così facendo. Già a febbraio la CBO aveva elaborato uno scenario in cui il conto degli interessi netti era destinato a salire dal traguardo di 1.000 miliardi a circa 2.100 miliardi di dollari nel 2036, pari al 4,6% del PIL.

A livello di rapporto debito/PIL, ipotizzando un rendimento medio del Treasury decennale ancorato al 4%, gli USA sarebbero arrivati al 175% nel 2056.

Se però i tassi dei bond non dovessero scendere, l’asticella dei 2.000 miliardi rischia di essere oltrepassata già attorno al 2034. E se la pressione sui tassi non dovesse rientrare, la proiezione del debito sul PIL per il 2056 salirebbe dal 175% fino al 222%.

Una crisi globale dei conti è all’orizzonte?

Il fenomeno della crescita del debito non riguarda esclusivamente Washington. Già il Fondo Monetario Internazionale aveva segnalato mesi fa come il debito pubblico mondiale avesse superato la soglia del 95% del PIL globale, con numerose nazioni avanzate ben oltre la quota del 100%.

Ad esempio il Regno Unito (arrivato al 104), la Cina (107%), oppure il Canada (111%) e la Francia (118%). Tra i peggiori abbiamo l’Italia (138%) e il Giappone (204%).

Ancora i Paesi emergenti come India e Brasile sono indietro rispetto al resto dell’Occidente: il secondo Paese più popoloso al mondo è all’83% nel rapporto debito-PIL, mentre la prima economia sudamericana è al 96%.

Livelli di questa portata si erano osservati soltanto all’indomani dei grandi conflitti mondiali, quando ad esempio il debito statunitense sfiorò il 120% nel 1946 prima di venire riassorbito gradualmente.

Oggi è diverso, perché la crescita delle tensioni geopolitiche sta spingendo verso l’alto i budget della Difesa, mentre il progressivo invecchiamento demografico aumenta le uscite per il Welfare State.

A ciò si aggiunge una generale tendenza dei governi a intervenire nell’economia con ingenti risorse pubbliche, creando le condizioni per una pesante pressione sui conti mondiali.

Debito US a rischio? Cosa devono fare i possessori di certificati

Perché la situazione migliori bisognerebbe ritrovarsi con un PIL nominale in crescita, e almeno per quanto riguarda gli Stati Uniti effettivamente l’economia sta inseguendo il debito US, anche grazie agli investimenti nell’intelligenza artificiale.

Il problema è che la crescita futura è una scommessa, non di certo i 40mila miliardi di debito. È un punto su cui investitori e possessori di certificati dovranno fare attenzione, soprattutto per quanto riguarda il fronte obbligazionario.

L’incremento generalizzato dei tassi d’interesse penalizza il valore di rimborso teorico dei certificati a capitale protetto o condizionatamente protetto già in circolazione, comportando un calo delle quotazioni sul mercato secondario per via dell’effetto sconto dei flussi di cassa futuri.

Di contro, con i tassi dei titoli di Stato privi di rischio saliti sopra il 5%, gli emittenti di certificati devono strutturare prodotti con cedole potenziale più elevate per mantenere l’interesse degli investitori.

A prescindere, per investitori e possessori di certificati conviene (nel caso di nuovi acquisti) indirizzarsi verso strutture difensive (con barriere di protezione del capitale dal 50% in giù o dotate di meccanismi Airbag). Almeno per proteggersi al meglio dalla possibile tempesta.

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