Non più solo bond nazionali: le banche ora stanno guardando ai Titoli di Stato esteri. Una diversificazione che supera le vecchie logiche geografiche, e che trova anzi nei nuovi tassi una spinta in più.
Sono proprio i rendimenti elevati registrati sul mercato obbligazionario a spingere gli istituti a guardare con forza oltre i propri confini nazionali, anche se potrebbe nel lungo periodo essere problematico.
Titoli di Stato: le banche europee svincolano i portafogli dal debito domestico
Secondo quanto riportato da un’analisi di UniCredit basata sulle più recenti rilevazioni della Banca Centrale Europea, nei primi otto mesi del 2026, gli acquisti netti delle banche europee raccontano una dinamica chiara: i titoli di Stato domestici messi in portafoglio ammontano a 60 miliardi di euro, mentre quelli emessi da altri Paesi dell’area euro toccano i 130 miliardi.
Guardando ai singoli Paesi, le banche tedesche mostrano una preferenza netta per i titoli esteri, detenendone per ben 211 miliardi di euro contro i 173 miliardi di titoli emessi da Berlino. Gli istituti spagnoli mantengono invece una quota rilevante di titoli nazionali con 264 miliardi, a fronte di 156 miliardi di bond stranieri.
La Francia si conferma più ancorata al proprio mercato interno, contando 314 miliardi di titoli nazionali su un totale di 424 miliardi di bond europei in loro possesso. Mentre l’Italia registra la concentrazione domestica più marcata, con 411 miliardi di titoli di Stato italiani su un portafoglio complessivo di 551 miliardi.
Per il sistema bancario italiano, la quota complessiva di debito pubblico locale si mantiene stabilmente attorno ai 400 miliardi fin dal lontano 2013, fatta eccezione per la parentesi straordinaria dell’estate 2020, quando le esigenze dell’emergenza Covid la portarono fino al picco di 450 miliardi.
Sembra dunque che le banche siano ora più disposte a cogliere opportunità di investimento all’estero, tanto per citare quanto osservato da Francesco Maria Di Bella, fixed income strategist di Unicredit.
Banche ed emissioni sovrane: acquisti netti in calo mentre salgono i tassi
Le prospettive sul mercato obbligazionario si mantengono ampie ma non esenti da criticità. Per l’anno in corso, i Paesi dell’Eurozona si preparano a collocare sul mercato 525 miliardi di euro netti tra titoli a breve e a medio-lungo termine, ovvero circa 50 miliardi in più rispetto alle emissioni del 2025.
Il sistema bancario sta garantendo l’assorbimento delle emissioni, ma con una spinta inferiore rispetto al passato recente. Tra gennaio e agosto 2026, gli acquisti di titoli pubblici da parte degli istituti dell’Eurozona hanno sfiorato i 200 miliardi di euro, in flessione di 70 miliardi rispetto allo stesso intervallo del 2025.
Ora bisognerà vedere come andranno avanti questi acquisti. E forse l’andamento dei tassi d’interesse e degli spread condizionerà la traiettoria di mercato.
Nelle ultime rilevazioni, i rendimenti risultano in rialzo su tutte le scadenze principali: il Bund tedesco è salito al 3,63% (+5 punti base), mentre il BTP italiano ha raggiunto il 4,69% (+8 punti base). A sua volta l’OAT francese è arrivato al 4,94% (+9 punti base), il Bonos spagnolo al 4,20% (+7 punti base) e il Gilt britannico addirittura al 5,50% (+7 punti base).
Sul fronte dei differenziali, lo spread tra BTP italiano e Bund si attesta a 106 punti base, mentre la forbice tra i titoli di Stato francesi e quelli tedeschi oscilla attorno ai 131 punti base.
Bond tra tassi e diversificazione: cosa devono fare i possessori di certificati
Come visto in altre analisi e approfondimenti, l’aumento dei tassi di rendimento sui Titoli di Stato e bond è un’arma a doppio taglio per investitori e possessori di certificati.
Quando i tassi di interesse e i rendimenti dei bond statali aumentano, l’emittente del certificato può strutturare prodotti con premi periodici più alti o barriere di protezione più profonde. Se però si possiedono certificati acquistati in fasi di tassi più bassi, l’aumento dei rendimenti dei titoli di Stato provoca una diminuzione del loro valore di prezzo lineare prima della scadenza.
Detto ciò, non bisogna allarmarsi per eventuali cali di prezzo temporanei dovuti all’aumento dei tassi di interesse del mercato obbligazionario. Al limite, se si hanno in portafoglio certificati vecchi con cedole basse (emessi quando i BTP rendevano il 2%), può essere utile valutare una vendita sul secondario per reinvestire la liquidità su nuove emissioni che offrono premi più elevati e barriere più ampie.

