Torna a salire il prezzo del petrolio, azzerando le speranze generate dall’ultimo e recente ribasso. Ancora una volta, i timidi segnali di una possibile distensione diplomatica tra Washington e Teheran devono fare i conti con un quadro geopolitico fragile e con costanti insidie sul fronte della produzione.
Pesano in particolare le conseguenze dei raid nella zona dello Stretto, che rendono complicate le spedizioni e ostacolano persino i flussi via oleodotto.
Sul mercato si registrano comunque alcune spinte contrarie che frenano la corsa dei listini, sostenute da un graduale incremento dell’offerta a livello globale.
Fiammata del petrolio: la tregua dei prezzi dura poco
Vediamo i contratti di oggi: il Brent con consegna a novembre guadagna l’1,1% portandosi a 101,48 dollari al barile, mentre il WTI con scadenza ad ottobre si attesta a 96,65 dollari, in rialzo dello 0,9%.
Secondo gli operatori, questa ripartenza va letta soprattutto come un movimento tecnico di ricopertura posizioni seguito alla recente fase ribassista, in attesa che arrivino indicazioni più chiare dal tavolo della diplomazia.
L’attenzione degli investitori rimane focalizzata sulle manovre a margine dell’Assemblea generale dell’Onu a New York, dove si spera in un confronto e in passi avanti concreti tra il presidente americano Donald Trump e l’omologo iraniano Masoud Pezeshkian.
La stabilità complessiva dell’area rimane però a forte rischio. I ribelli Houthi, appoggiati da Teheran, sono tornati a rivendicare azioni contro strutture saudite, mentre da Pechino sarebbero partite pressioni verso il governo iraniano per frenare le iniziative militari del gruppo.
Petrolio di nuovo in rialzo con nuove crepe nella produzione
Ai fattori di incertezza in Medio Oriente si affiancano nuovi intoppi operativi nel Nord Africa. In Libia, la chiusura forzata di una valvola lungo l’oleodotto collegato al giacimento di Sharara ha causato un taglio dell’output pari a circa 200.000 barili al giorno, facendo scivolare la produzione totale dell’impianto in una forchetta compresa tra 100.000 e 105.000 barili.
Non vanno poi dimenticate le criticità che hanno interessato l’oleodotto Est-Ovest in Arabia Saudita, infrastruttura cruciale diretta verso gli sbocchi del Mar Rosso. La condotta, danneggiata da un attacco a metà mese, ha ripreso le attività secondo quanto riferito da Reuters.
Resta da capire per quanto tempo la situazione possa mantenersi stabile. Gli attacchi condotti con droni (riconducibili a milizie irachene secondo le ricostruzioni di Riad) avevano costretto il Regno a sospendere il servizio l’11 settembre, bloccando l’imbarco del greggio al terminal di Yanbu. Non è escluso quindi il rischio di nuove azioni mirate.
L’infrastruttura gioca un ruolo chiave nella gestione della crisi: da quando il conflitto ha compromesso i passaggi ordinari dell’Arabia Saudita e dei paesi vicini attraverso lo Stretto di Hormuz, Riad sfrutta questa direttrice alternativa per deviare verso Yanbu circa 4 milioni di barili al giorno, cifra che equivale a circa il 4% dell’intera produzione mondiale di petrolio.
Tensione sul petrolio, ma c’è comunque un po’ di sollievo nell’offerta
Sul fronte della produzione complessiva si notano comunque alcune aperture. Durante il fine settimana, i volumi di greggio in transito nello Stretto di Hormuz hanno toccato il picco più alto degli ultimi sei mesi.
Un contributo arrivi anche dall’Arabia Saudita, che ha impresso un’accelerazione all’export: soltanto domenica sono stati caricati nel Golfo circa 14 milioni di barili ripartiti su sette superpetroliere.
Parallelamente, l’Iraq sta lavorando per sostenere i propri flussi in uscita. Con un export medio che supera i 3 milioni di barili al giorno, il Paese punta ad ampliare i passaggi verso la Turchia fino a oltre 600.000 barili giornalieri.
A sostenere una visione meno drammatica della disponibilità di greggio si aggiungono le dichiarazioni di un alto funzionario dell’esecutivo iraniano, che ha ipotizzato una riapertura dello Stretto di Hormuz nell’arco di sette giorni, a patto che Washington allenti la pressione militare e fermi il blocco navale verso i porti della Repubblica Islamica.
Un freno all’escalation dei prezzi è arrivato infine dalle rilevazioni statistiche private sul mercato statunitense: nella settimana chiusa il 18 settembre, le scorte di greggio americane sono salite di 1,8 milioni di barili, smentendo le stime degli analisti che scommettevano invece su una contrazione dei volumi stoccati.
Petrolio in piena volatilità: i pro e contro per i possessori di certificati
La volatilità del petrolio potrebbe giocare ora a favore ora contro per investitori e possessori di certificati.
A favore: un rialzo dei prezzi allontana il valore del sottostante dalle barriere di protezione del capitale (solitamente poste a ribasso), riducendo il rischio di perdite a scadenza e favorendo il pagamento delle cedole periodiche. Lo stesso vale per le compagnie petrolifere: le aziende beneficiano dei margini elevati nella produzione (Upstream), il che mantiene i titoli ben distanti dalle barriere.
Contro: i gruppi industriali orientati principalmente alla raffinazione pura potrebbero subire pressioni operative sui costi dei fattori produttivi. Come sostiene Matt Stanley, responsabile del market engagement presso Kpler: nonostante la maggiore quantità di petrolio, “il problema legato ai prodotti raffinati persiste: l’offerta di gasolio e di carburante per aerei è scarsa. E, sempre più spesso, saranno gli utenti finali a risentirne“.
Per investitori e possessori di certificati conviene dunque, oltre a controllare la distanza percentuale attuale dei sottostanti rispetto alle barriere di protezione, anche valutare l’effetto della volatilità sul prezzo di riacquisto: la volatilità elevata tende a deprimere il prezzo di mercato dei certificati anche quando il sottostante sale, offrendo talvolta occasioni d’acquisto a sconto sul secondario.


