Private equity in Italia, raccolta crolla del 60% nel primo semestre 2026 ma investimenti reggono

Il private equity in Italia si contrae nel primo semestre 2026, e non di poco.

Aifi (Associazione Italiana del Private Equity) e PwC Italia lanciano l’allarme nell’industria italiana dei private capital, che ha incassato l’anno scorso un risultato ampiamente inferiore rispetto ai livelli recenti, pur mantenendo una sostanziale tenuta sul fronte dei capitali effettivamente erogati sul territorio.

Frena il private capital in Italia: l’allarme di Aifi

Entrando nel dettaglio dei numeri, la raccolta complessiva dell’industria del private equity (dato che include anche le risorse messe a disposizione dalle case madri) si è fermata a 674 milioni di euro, in calo del 60% rispetto ai 1.703 milioni totalizzati nello stesso periodo dell’anno precedente.

Se si osserva esclusivamente la raccolta effettuata direttamente sul mercato, la cifra tocca i 574 milioni di euro: una flessione del 54% rispetto ai 1.245 milioni registrati in precedenza.

Un dato che dimostra, a detta del presidente Aifi Innocenzo Cipolletta, la necessità di “intervenire con misure forti e immediate per invertire questa tendenza. Senza nuove risorse non è possibile sostenere adeguatamente l’economia reale e, senza la crescita delle imprese, non può rafforzarsi la competitività del Paese”.

Sul piano squisitamente analitico e tecnico, tuttavia, la contrazione della raccolta non configura un cedimento strutturale o un tracollo sistemico in grado di pregiudicare la tenuta complessiva dell’intero settore del private equity.

Private equity tra due velocità: crollo della raccolta, ma il mercato tiene

Sul versante delle erogazioni operative si rilevano infatti segnali decisamente più orientati all’ottimismo. Gli investimenti complessivi hanno raggiunto quota 5.085 milioni di euro, mostrando una flessione davvero minima, pari al -2%, rispetto ai 5.215 milioni del medesimo periodo precedente.

A sostenere questi volumi è stata soprattutto la presenza di grandi operazioni: si sono infatti contati sette deal con un valore superiore ai 150 milioni di euro ciascuno, a fronte dei cinque rilevati nello stesso arco temporale del confronto.

Isolando invece la fascia degli investimenti inferiori alla soglia dei 150 milioni di euro, “il dato del primo semestre 2026 risulta pari a 2.058 milioni, in calo rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente (2.732 milioni nel 2025)“, si legge nel report.

Il conteggio finale delle transazioni si è chiuso a quota 291 interventi, in calo del 21% rispetto ai 370 del periodo di paragone, distribuiti complessivamente su 207 aziende. Sotto il profilo degli attori in campo, gli operatori esteri e internazionali hanno fatto la parte del leone per controvalore erogato, mobilitando 3.658 milioni di euro (il 72% del totale complessivo), mentre i soggetti domestici hanno dominato per numero di operazioni concluse, firmandone 201, ovvero il 69% del totale.

Private capital, la crisi della raccolta non ferma i buyout di grandi dimensioni

Se si guardano i singoli segmenti dell’industria del private equity, si nota un andamento a velocità molto diverse.

Nel caso del Venture Capital, gli investimenti si sono ridotti dell’11% in termini di ammontare, scendendo a 404 milioni di euro, con una flessione del 20% sul numero di operazioni, entrate a quota 188.

Mentre nel Buyout, il comparto ha messo a segno una crescita del 20% in termini di capitali, toccando quota 3.306 milioni di euro grazie al peso di alcune operazioni di grandi dimensioni, sebbene le operazioni totali siano scese del 15% a 69.

Per quanto riguarda l’Expansion, la flessione è stata marcata, con un calo del 66% per ammontare (appena 92 milioni di euro) e del 57% per numero di interventi (13 operazioni totali).

Infine, per le Infrastrutture, il settore ha registrato 13 operazioni contro le 20 del confronto precedente, per un ammontare sceso del 35% a 1.105 milioni di euro.

Private equity in Italia, a cosa devono fare attenzione i possessori di certificati

Dal report Aifi e PwC Italia emerge dunque una raccolta fondi nel private equity debole rispetto al previsto. Il che potrebbe non essere il massimo per investitori e possessori di certificati.

Una raccolta fondi debole significa che l’industria del private equity ha meno liquidità fresca da proiettare sul mercato delle banche e delle imprese. Le aziende partecipate o quotate che fanno affidamento su operazioni di finanza straordinaria potrebbero registrare maggiore volatilità sul mercato azionario.

Per le società del settore o per i titoli bancari presenti nei panieri dei certificati, una fase di contrazione dei capitali può rallentare la crescita dei ricavi da advisory e investment banking, influendo indirettamente sulle performance dei titoli azionari sottostanti.

Trattandosi di strumenti soggetti al rischio emittente, la tenuta generale del sistema finanziario evidenziata dagli investimenti (sostanzialmente stabili a oltre 5 miliardi) conferma che non ci sono allarmi sulla tenuta creditizia delle principali banche emittenti.

Al limite, investitori e possessori di certificano possono controllare quali titoli compongono i panieri dei propri certificati. Se sono presenti titoli bancari o società esposte al capitale di rischio e al venture capital, va verificata la distanza attuale dalle barriere di protezione del capitale.

Poiché la contrazione riguarda la raccolta e non un blocco delle operazioni (il buyout e le grandi operazioni tengono bene), l’impatto sul mercato azionario non è di tipo strutturale. Per i certificati con scadenze a medio-lungo termine non occorre farsi prendere dal panico né liquidare prematuramente le posizioni.

Per le nuove operazioni, semmai è opportuno prediligere certificati che abbiano come sottostanti indici ad ampia diversificazione o singoli titoli a grande capitalizzazione, evitando di concentrare il capitale su panieri troppo tematici o legati a settori ad altissima volatilità finanziaria.

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