Anche nel mercato azionario l’Italia resta sottodimensionata: oggi si contano appena quattrocento società quotate, con una capitalizzazione complessiva che sfiora il 47% del PIL. Decisamente inferiore rispetto ai principali competitor europei.
E se invece fossero 1000 le società quotate? Questa domanda se l’è posta la ricerca “Più Borsa, più crescita: l’Italia delle 1000 quotate“, firmata da Stefano Caselli, Maria Chiara Merola e Marta Zava della SDA Bocconi School of Management.
L’Italia delle 1000 quotate: la ricetta della Bocconi per spingere il Paese
Con circa 400 società quotate e una capitalizzazione pari al 47% del PIL, l’Italia si colloca nettamente indietro rispetto ai principali mercati europei: basti pensare che in Francia il rapporto tra capitalizzazione e prodotto interno lordo raggiunge il 107%, nel Regno Unito il 130% e in Svezia il 185%.
E se il sistema Paese se le società quotate in Italia diventassero 1000? Si otterrebbe un ottimo profitto, a giudicare dai tre modelli ipotizzati nel report Più Borsa, più crescita.
Nel primo scenario, denominato Conservative, la capitalizzazione salirebbe all’80% del PIL, portando con sé un incremento di 0,60 punti percentuali di crescita del PIL, un aumento dell’1,30% del gettito fiscale e una contrazione dell’1,20% della disoccupazione.
Il secondo modello, Target, prevede il raggiungimento del 100% nel rapporto tra capitalizzazione e PIL. In questo caso gli effetti farebbero registrare un +0,95% sul PIL, un +2,09% sul gettito fiscale e un calo dell’1,93% del tasso di disoccupazione.
Infine, ne Best Case, con la capitalizzazione al 125% del PIL, la spinta economica arriverebbe a +1,40% di PIL, +3,07% di entrate fiscali e -2,85% di disoccupazione.
Insomma, non serve nemmeno attendere la millesima quotazione per raccogliere i primi frutti: i vantaggi economici iniziano a scaricarsi a terra fin dalle prime fasi del percorso.
Obiettivo Piazza Affari: la mappa delle 600 nuove aziende pronte alla quotazione
Per concretizzare questa traiettoria serve un bacino potenziale di 602 nuove quotazioni nette nell’arco di un decennio. Anche qui i ricercatori hanno voluto elaborare nello studio Più Borsa, più crescita uno scenario ipotetico, strutturato per classe di fatturato, incidenza e capitalizzazione totale.
Partendo dalla fascia delle micro imprese, quelle con fatturato inferiore ai 50 milioni di euro, essa contribuirebbe con 41 ingressi, pari al 6,8% del totale, portando in dote una capitalizzazione stimata di 1,8 miliardi di euro.
Sale poi la quota delle piccole realtà tra 50 e 100 milioni di ricavi, stimate in 62 unità (10,3% del totale) per 5,3 miliardi di capitalizzazione.
Il nucleo centrale è però rappresentato dalle medie imprese, con fatturato compreso tra 100 e 250 milioni: qui si stimano 186 nuove entrate, ovvero il 30,9% del bacino, capaci di esprimere ben 47,8 miliardi di euro di valore.
Il contributo più pesante arriva dalle grandi aziende con ricavi tra 250 milioni e un miliardo, che rappresentano 250 nuovi ingressi (41,5% del totale) per una capitalizzazione di 247,5 miliardi.
A chiudere il cerchio troviamo le grandissime realtà sopra il miliardo di fatturato: 63 società (10,5%) pronte ad apportare da sole 186,6 miliardi di euro. In totale si arriva appunto a 602 imprese per un valore complessivo di 489 miliardi di euro.
Combinando l’espansione organica delle società già presenti, le nuove quotazioni e la loro crescita nel tempo, il mercato finanziario riuscirebbe a colmare il divario attuale. L’iniezione di 1.204 miliardi di euro aggiuntivi porterebbe la capitalizzazione totale a 2.279 miliardi, allineando finalmente l’Italia alla media europea.
Dalle riforme al risparmio privato: come portare più Borsa, più crescita in Italia
Trasformare questo scenario in un percorso concreto richiede un piano d’azione ad ampio raggio.
In primo luogo, secondo la ricerca Più Borsa, più crescita, serve incanalare il risparmio delle famiglie verso le quote azionarie. Contestualmente occorre sbloccare la presenza degli investitori istituzionali come fondi pensione, casse di previdenza e compagnie assicurative, tuttora imbrigliati da paletti normativi e penalizzati da dimensioni contenute rispetto ai competitor esteri.
Sul fronte fiscale diventa prioritario incentivare la quotazione rendendo permanenti misure come il Bonus IPO e riducendo il prelievo sbilanciato sul capitale di rischio rispetto all’indebitamento. A questo si affianca la necessità di rafforzare la rete di advisor, intermediari e analisti necessari ad accompagnare le aziende lungo la strada verso Piazza Affari.
Non meno importante è la prosecuzione delle riforme normative, spingendo sull’applicazione della Legge Capitali, sulla revisione del Testo Unico della Finanza e sull’entrata in vigore del Listing Act europeo prevista per il 2026.
Più Borsa più crescita: scenari ottimistici per i possessori di certificati
Se gli scenari riportati nello studio Più Borsa, più crescita diventassero realtà, sarebbe festa grande per investitori e possessori di certificati. Un’espansione della Borsa italiana fino a 1000 quotate trasformerebbe in modo sostanziale la struttura di questi strumenti.
Un mercato più ampio e partecipe attira liquidità e riduce gli spread bid-ask. Per gli emittenti di certificati diventa meno oneroso coprire il rischio delle opzioni sottostanti; questo si traduce in condizioni più vantaggiose per gli investitori, come barriere di protezione più profonde o coupon periodici più generosi a parità di rischio.
E dato che nei mercati ristretti l’uscita o l’ingresso di un grande investitore istituzionale può generare forti oscillazioni anomale sui prezzi, un listino più capiente tende a riassorbire con maggiore elasticità gli shock sui singoli titoli, riducendo il rischio di rottura improvvisa delle barriere protettive nei periodi di forte tensione sui mercati.
In attesa che questa rivoluzione borsistica avvenga, conviene comunque ai possessori di certificati già anticipare qualche mossa: tipo diversificare oltre il comparto bancario-assicurativo, e guardare anche ad altre realtà (industria, largo consumo, sanità…). Ed eventualmente sfruttare le nuove emissioni con barriere conservative: perché l’arrivo di nuove quotate porterà in fase iniziale una volatilità naturale legata alla scoperta del prezzo (price discovery).