L’inflazione USA continua a rappresentare un vero e proprio grattacapo per i membri della Federal Reserve. Le speranze di assistere a una rapida discesa dei prezzi si stanno infatti affievolendo, mentre cresce l’apprensione tra i consumatori per possibili nuovi rincari.
A sostenerlo è l’ultima Survey of Consumer Expectations pubblicata dalla Federal Reserve di New York, documento che arriva a poche settimane di distanza dalla decisione dell’istituto centrale di alzare i tassi d’interesse.
Una mossa che, secondo diversi osservatori, potrebbe non rimanere un caso isolato nel corso dell’anno.
Allarme prezzi negli Stati Uniti: la sfida della FED tra dazi, energia e fiducia
A settembre le stime dei consumatori sull’inflazione USA a un anno sono salite al 3,9%, in aumento rispetto al 3,6% registrato a agosto. Si tratta del valore più alto rilevato da maggio 2023, quando la quota aveva toccato il 4,1%. È proprio questo il dato chiave emerso dall’indagine della FED di New York.
Per il momento la fiammata riguarda principalmente l’orizzonte di breve termine. Guardando più avanti, le aspettative a tre anni sull’inflazione USA hanno evidenziato un ritocco più contenuto, passando dal 3,2% al 3,3%, mentre quelle a cinque anni sono rimaste stabili al 3%.
A prescindere, i cittadini prevedono una spinta costante sui prezzi e si aspettano di dover incrementare il ritmo delle proprie uscite. Le attese di rincaro riguardano in modo diffuso tutte le categorie monitorate dalla banca centrale: dalla benzina agli alimentari, dagli affitti alle spese mediche e ai costi per l’istruzione universitaria.
A questa necessità di spendere di più fa riscontro una percezione più cupa dello stato delle finanze personali e delle possibilità di accedere al credito. Gli americani vedono stringersi i margini dei propri bilanci e trovano più complicato ottenere finanziamenti.
Tassi FED e spettro inflazione USA: perché le attese dei consumatori spaventano Warsh
Il report esce alla vigilia del delicato appuntamento con le midterm, con i sondaggi decisamente poco favorevoli nei confronti di Donald Trump e del blocco repubblicano, chiamati a rispondere del calo del potere d’acquisto dei cittadini, fenomeno che parte dell’opinione pubblica attribuisce alle scelte dell’amministrazione.
Secondo molti funzionari della FED, le cause principali di questa spinta inflattiva deriverebbero da fattori come l’effetto prolungato dei dazi commerciali, la crescita dei prezzi energetici legata alle tensioni geopolitiche in Medio Oriente e il ritmo serrato degli investimenti nel comparto tecnologico.
Riportare l’inflazione USA entro novembre è praticamente impossibile entro novembre, ma a preoccupare l’istituto centrale e il suo capo, Kevin Warsh, è più per il momento il dato delle aspettative, che potrebbe sosteI consumatori prevedono aumenti diffusinere un’ulteriore mossa al rialzo dei tassi.
Ricordiamo che lo scorso 16 settembre l’istituto ha rialzato il costo del denaro, portando il target nell’intervallo 3,75-4%; e che, stando alle proiezioni interne dei componenti del comitato, non esclude un altro intervento prima della fine dell’anno.
Anche se la pubblicazione di alcuni dati più contenuti su lavoro e prezzi ha portato i mercati a considerare meno probabile un ritocco imminente nella riunione del 27 e 28 ottobre.
Sulla questione è intervenuto anche Neel Kashkari, alla guida della Fed di Minneapolis. In un’intervista alla Reuters della scorsa settimana, Kashkari ha spiegato come le oscillazioni nella fiducia dei consumatori dipendano in prima battuta dalla pressione dei listini: “Una volta che l’inflazione USA tornerà al 2% e le persone non dovranno più preoccuparsi che peggiori, potranno iniziare a riprendersi da ciò che hanno vissuto negli ultimi cinque anni”, ha affermato.
Inflazione USA e tassi FED: i rischi per i possessori di certificati
La sfida centrale resta dunque quella delle aspettative. Il balzo al 3,9% registrato a New York non determina in automatico una virata immediata sui tassi, ma conferma a Warsh quanto il percorso di rientro dell’inflazione sia ancora lungo e articolato.
E a investitori e possessori di certificati il fatto di tenere alta l’attenzione: con mercati azionari condizionati da tassi alti e timori inflattivi, si riduce infatti la probabilità che i certificati raggiungano i livelli di trigger per il rimborso anticipato. Il titolo tende quindi ad allungare la propria vita residua.
Detto ciò, conviene per il momento attendere le prossime mosse della FED, oltre ai nuovi dati ufficiali sull’inflazione USA. Al limite, se la situazione lo permette, si può valutare uno switch da prodotti vecchi e poco redditizi verso nuove strutture più adeguate al contesto attuale.
