Con l’ok degli Stati Uniti e dell’Iran al piano di cessate il fuoco, i mercati tornano a respirare: piazze e borse registrano rialzi, mentre i prezzi del petrolio scendono. Ora l’attenzione è però sull’andamento del lavoro e sull’inflazione, entrambe nell’ottovolante nato a causa della guerra in Medio Oriente. Perché la domanda è semplice: se l’inflazione dovesse rallentare, si aprirebbe la strada a una nuova stagione di tagli ai tassi FED?
Mercati in ripresa grazie al cessate il fuoco, focus su inflazone e tassi FED
La notizia del nuovo accordo tra Iran e Stati Uniti per un cessate il fuoco di 20 giorni ha ridato slancio ai mercati globali. All’apertura, le piazze europee mostrano rialzi tra il 2 e il 4%, mentre i futures sul petrolio greggio crollano di oltre il 15%, con Brent e WTI tornati sotto quota 100 dollari al barile dopo giorni di prezzi costantemente sopra i 110.
Proprio il calo dei prezzi del petrolio ha alimentato le speranze che un’inflazione più contenuta possa aprire la strada a nuovi tagli dei tassi di interesse da parte della Federal Reserve.
Anche perché, sul fronte dei prezzi al consumo, resta qualche preoccupazione, specie alla luce dei risultati di un sondaggio condotto dalla FED di New York, secondo cui i consumatori americani stimano un’inflazione a breve termine più alta. La banca centrale prevede un tasso di inflazione tra un anno del 3,4%, in aumento rispetto al 3% del mese scorso. E questo ovviamente per l’impennata dei prezzi della benzina, cresciuti di 5,3 punti percentuali al 9,4%, il livello più alto da marzo 2022.
Sul fronte occupazionale, invece, le prospettive appaiono più solide. Secondo il Bureau of Labour Statistics, a marzo 2026 il tasso di disoccupazione è sceso al 4,3% dal 4,4% precedente, con i posti di lavoro nei settori non agricoli (non-farm payrolls) aumentati di 178 mila unità, dopo la perdita di 133 mila a gennaio (dato rivisto da 92 mila). Buone notizie anche per il settore privato, che ha creato 186 mila posti di lavoro, molto più dei 70 mila attesi, dopo il calo di circa 129 mila registrato a dicembre (rivisto da -86 mila).
Tassi FED, Jefferson: politica monetaria pronta per rispondere a scenari diversi
In sintesi, gli Stati Uniti procedono a doppia velocità: da un lato l’inflazione resta sotto osservazione, dall’altro il mercato del lavoro mostra ancora segnali di resilienza. Uno scenario che, secondo il vicepresidente della Federal Reserve, Philip Jefferson, può comunque considerarsi positivo.
Durante un evento a Detroit, Jefferson ha sottolineato come l’economia continui a crescere, sostenuta da una spesa dei consumatori robusta e da solidi investimenti delle imprese. E con un mercato del lavoro “sostanzialmente in equilibrio, ma vulnerabile a shock negativi“. Come quello della guerra in Medio Oriente, anche se ora è in stop temporaneo.
Nell’attuale contesto, la prospettiva è dunque quella di rischi al ribasso per il mercato del lavoro e rischi al rialzo per l’inflazione. Nonostante ciò, Jefferson mantiene un atteggiamento ottimista: “Pur trattandosi di una situazione potenzialmente complessa, sono fiducioso che il nostro attuale orientamento di politica monetaria sia ben posizionato per affrontare diversi scenari“. Quindi, invece di nuovi rialzi dei tassi FED come ipotizzato nei giorni passati, la linea della banca rimarrà quella odierna: neutrale.
Un andamento che “dovrebbe continuare a sostenere il mercato del lavoro, permettendo al contempo all’inflazione di riprendere il suo percorso verso l’obiettivo del 2%, una volta esauriti gli effetti dei trasferimenti dei dazi“.
Tassi FED tra inflazione e mercati: le implicazioni per i possessori di certificati
Sono tutte buone notizie per investitori e possessori di certificati. Da una parte, la discesa dei prezzi del petrolio potrebbe favorire i certificati legati a materie prime o a mercati azionari sensibili alle tensioni geopolitiche (anche se nei prossimi giorni è probabile una certa volatilità). Dall’altra, la decisione della Federal Reserve di mantenere una politica monetaria neutrale sui tassi FED rappresenta un vero vantaggio per gli strumenti a capitale protetto o per quelli legati a indici obbligazionari, che tendono a performare meglio in un contesto di tassi FED stabili o in diminuzione.
A rafforzare questo quadro contribuisce anche la valutazione del vicepresidente Jefferson, secondo cui l’economia americana resta solida, grazie alla resilienza del mercato del lavoro e alla crescita sostenuta dai consumi e dagli investimenti delle imprese. Questo implica che i certificati con sottostanti azionari o settoriali possono beneficiare di una base più stabile, pur senza eliminare del tutto il rischio di shock improvvisi.
In sintesi, gli investitori dovrebbero bilanciare l’opportunità di rendimenti più interessanti derivanti da tassi FED potenzialmente più bassi con la necessità di monitorare attentamente i sottostanti esposti a petrolio, energia e mercati emergenti, dove la volatilità resta elevata.


