Dopo gli esiti della prima riunione 2026 del Comitato FOMC della FED, l’attenzione si sposta ora sulle prossime mosse della Banca Centrale, se appunto provvedere a nuovi tagli ai tassi o rimanere entro l’attuale range del 3,50-3,75%.
Nonostante il voto quasi unanime nella recente riunione, le divisioni all’interno del Comitato tornano a farsi sentire, con alcuni favorevoli per uno stop addirittura annuale, mentre altri propendono invece per ulteriori cut, quasi seguendo idealmente la politica monetaria del (forse) futuro Numero 1 della FED, nominato recentemente dal Presidente Trump per succedere da maggio all’odierno capo Jerome Powell.
FED divisa sui tassi: inflazione e opinioni divergenti al centro del dibattito
Nonostante il voto quasi unanime del Comitato alla sospensione dei tassi di interesse al 3,50-3,75% (la prima da settembre 2025), la situazione all’interno della FED resta complessa. Anche nella riunione di gennaio si è avvertita una certa tensione: durante la votazione, i due membri dissenzienti, Stephen I. Miran e Christopher J. Waller, hanno confermato la loro posizione dovish, favorevole a un ulteriore riduzione di un quarto di punto percentuale sull’intervallo obiettivo. Una decisione che la maggioranza ha voluto evitare stavolta di approvare, visto l’andamento dell’economia e soprattutto dell’inflazione, giudicata ancora troppo elevata dal FOMC.
Al centro del dibattito rimane infatti l’inflazione, elemento cruciale nella valutazione del Comitato sulla necessità di nuovi tagli, nonché per molti membri del Comitato il motivo principale per cui convenga mantenere i tassi fermi per tutto il 2026. È il caso di Raphael Bostic, Presidente della Federal Reserve di Atlanta, che in un’intervista a Bloomberg TV ha ribadito con fermezza la necessità di mantenere il costo del denaro elevato. Secondo il banchiere centrale, il rischio maggiore è soprattutto psicologico: “Una volta che l’inflazione si radica nella mente delle persone, cambia il modo in cui l’economia si evolve”.
Per evitare questo scenario, Bostic ha chiarito che la linea dura non cambierà nel breve periodo: “È uno dei motivi per cui dobbiamo mantenere la nostra politica in un assetto restrittivo, in modo da riportare l’inflazione al 2%. Questo è fondamentale”. Coerentemente con questa visione, il Presidente della Fed di Atlanta ha raffreddato le aspettative degli investitori, dichiarando di non prevedere alcun taglio dei tassi per il 2026.
Dalla parte opposta c’è Mary Daly, Presidente della Federal Reserve di San Francisco. Pur avendo votato a favore della pausa a gennaio, Daly ha sottolineato venerdì che potrebbero rendersi necessari uno o due ulteriori tagli per sostenere un mercato del lavoro ancora fragile, dove i salari faticano a stare al passo con l’aumento dei prezzi e le opportunità occupazionali restano limitate. Per procedere a nuovi tagli, ha aggiunto, è necessario essere davvero fiduciosi che gli effetti delle tariffe diminuiranno e che l’inflazione stia realmente seguendo una traiettoria discendente.
FED e il dopo Powell, il neo nominato Warsh osservato speciale
A poche settimane dalla prossima riunione, le opinioni sui tassi restano divergenti, ma difficilmente prevarrà una linea dovish all’interno di un Comitato presieduto uno notoriamente hawkish come Jerome Powell.
Infatti, la linea del “falco” potrebbe volgere al termine con il (possibile) futuro successore di Powell: Kevin Warsh, ex governatore FED e recentemente nominato da Donald Trump per guidare la banca centrale. Un tempo considerato un “falco”, Warsh negli ultimi mesi si è allineato alle posizioni di Trump, sostenendo riduzioni dei tassi e dichiarando a Fox News che il Presidente aveva ragione a criticare la gestione di Powell.
Un candidato dunque “vicino” alla vision di Trump, da sempre favorevole a tagli dei tassi per stimolare economia, finanza e consumi. Non a caso, la nomina aveva inizialmente provocato un certo nervosismo sui mercati, temendo che l’indipendenza della FED potesse essere compromessa. Tuttavia, le preoccupazioni si sono in parte attenuate nel corso delle ultime settimane.
Oggi, secondo gli analisti, i mercati vedono in Warsh una scelta credibile e non si aspettano problemi con la sua conferma al Senato, trattandosi di un funzionario esperto per orientare la politica monetaria. Anzi, “una volta entrato a far parte del consiglio, non è certo come voterà Warsh”, ha commentato Samuel Tombs, capo economista statunitense di Pantheon Macroeconomics, in una nota venerdì mattina. “È ragionevole pensare che abbia espresso al Presidente la sua preferenza per una riduzione dei tassi, altrimenti non sarebbe stato nominato. Tuttavia, il suo istinto restrittivo potrebbe riaffiorare una volta ottenuta la presidenza”.
A prescindere, dicono gli analisti, i mercati monitoreranno attentamente eventuali segnali che indichino che Warsh stia cedendo alle pressioni di Trump per abbassare i tassi di interesse più del necessario.
Tassi e politica monetaria FED: cosa cambia per i possessori di certificati
Al momento il CME FedWatch Tool riferisce che gli operatori stanno ora valutando una probabilità del 51,5% di un taglio dei tassi a giugno. Il che conferma che da qui in avanti, salvo inversioni a U, la linea del FOMC sarà quella della neutralità: ossia una politica monetaria né restrittiva né accomodante.
Il che non è il massimo per investitori e possessori di certificati di investimento. Sì, la stabilità dei tassi può infatti contribuire a ridurre la volatilità dei mercati e proteggere i certificati dotati di meccanismi di salvaguardia del capitale, ma allo stesso tempo, con i tassi fermi al 3,50-3,75% per gran parte del 2026, il potenziale di rendimento rischia di risultare inferiore alle aspettative iniziali, limitando le opportunità di performance.
Senza dimenticare anche il possibile approdo di Kevin Warsh alla guida della Banca: percepito come più allineato alle posizioni di Trump, il suo arrivo potrebbe introdurre segnali di politica monetaria più accomodante, aumentando le prospettive di tagli ma al contempo accentuando l’incertezza sul comportamento futuro della FED.
In questo contesto, la chiave per gli investitori resta una valutazione attenta della struttura dei certificati, considerando non solo l’orizzonte dei tassi e le aspettative sui futuri interventi della FED, ma anche l’impatto combinato di inflazione, dinamiche del mercato del lavoro e possibili cambiamenti della leadership della banca centrale.


